Corri, italiano… Corri e diventa povero…

di Davide Gionco

Gli economisti ci dicono che l’Italia è alla terza recessione economica negli ultimi 12 anni. Gli economisti più preparati evidenziano come l’economia italiana sia in declino costante negli ultimi 28 anni, da quando ha aderito al Trattato di Maastricht, accettando di sottostare alla politiche di austerità (riduzione del deficit, riduzione del debito/PIL).

Ma come hanno vissuto e come vivono gli italiani questa situazione? La crisi economica non è qualcosa di teorico, ma è qualcosa che colpisce nel concreto la vita quotidiana degli italiani. La maggior parte degli italiani negli ultimi 28 anni, e in particolare negli ultimi 12 anni, ha dovuto fare i conti con delle serie difficoltà personali che sono i sintomi della crisi economica.

Per i lavoratori autonomi e le piccole imprese le difficoltà sono state le seguenti: un calo vistoso delle prospettive economiche della propria impresa, magari un fallimento, aumento dei contenziosi con l’Agenzia delle Entrate, problemi con le banche, concorrenza sleale da parte delle multinazionali (da Amazon in giù…). E incubi notturni allegati per chi ci è passato.

Per i lavoratori dipendenti le difficoltà sono state le seguenti: licenziamenti, precarizzazione del lavoro, difficoltà sempre maggiore a trovare un lavoro serio e dignitosamente remunerato, necessità di emigrare per trovare un lavoro.

Per i cittadini il declino economico è significato una progressiva riduzione dei servizi pubblici, difficoltà di accesso ai servizi sanitari, scuole fatiscenti, strade piene di buche, forze dell’ordine senza i mezzi per garantire la sicurezza sul territorio, aumenti dei pedaggi autostradali, delle bollette dell’acqua o per l’energia. Mettendo insieme le difficoltà del lavoro con le difficoltà ad accedere ai servizi pubblici il risultato è un progressivo aumento della povertà.

Come spiega l’economista americano Warren Mosler, la crisi economica non colpisce tutti allo stesso modo e nello stesso momento. È come mettere 100 cani chiusi in una stanza e gettare loro 95 ossi. Noi che guardiamo dall’esterno ci rendiamo subito conto che 5 cani resteranno inevitabilmente senza il proprio osso, ma ciascun cane lotterà individualmente fino alla morte per impadronirsi del proprio osso. Non potrebbe fare diversamente, se non ha conoscenza del meccanismo di colui che fa le regole del gioco: si dovrà impegnare per conquistare il proprio osso e tanto peggio per i 5 cani “perdenti” che resteranno senza.

L’anno seguente il gioco si ripeterà. Parteciperanno i 95 cani sopravvissuti (i 5 “perdenti” sono nel frattempo morti di fame). Colui che fa le regole getterà loro solo 90 ossi, il gioco si ripeterà, altri 5 cani resteranno senza osso. E così via gli anni seguenti: le regole del gioco prevedono che i cani vengano eliminati un poco alla volta, lasciando in vita la maggioranza, in modo che i cani non si ribellino verso coloro che fanno le regole del gioco.

La sensazione dei cani “vincenti” sarà la soddisfazione di avercela fatta, nonostante la dura competizione per la sopravvivenza. Questa è la sensazione degli italiani che fino ad oggi ce l’hanno fatta. Hanno sofferto, hanno combattuto per sopravvivere alla crisi economica. Sono ancora vivi. Le sensazioni dei cani “perdenti” saranno invece l’insicurezza verso il proprio futuro, ansia, sfiducia, demotivazione, frustrazione. Gli italiani che non ce l’hanno fatta solo coloro che sono entrati nella fascia della povertà, che vivono di espedienti, che si rivolgono alle mense della Caritas, che emigrano all’estero nella speranza di migliori prospettive.

In questa lotta per la sopravvivenza economica tutti i lavoratori, che siano dipendenti, autonomi, imprenditori, impiegano la totalità del proprio tempo e delle proprie energie per sopravvivere, perché chi non lotta muore e rimane senza l’osso. Mentre chi ha perso cade nella depressione e non ha più la forza di combattere. In entrambi i casi nessuno si preoccupa di cambiare le regole del gioco, il gioco che ci sta conducendo alla morte inevitabile.

Così oggi funziona l’economia in Italia: si corre per sopravvivere, senza avere il tempo di occuparsi di cambiare le regole del gioco. Ma se nessuno si attiva per cambiare le regole, le regole non cambieranno, e ci porteranno tutti, chi prima e chi dopo, al fallimento economico e umano, ci porteranno inevitabilmente nella povertà.

La buona notizia è che esiste la possibilità di adottare altre regole del gioco. L’Italia ha saputo crescere economicamente per decenni, nonostante la corruzione, nonostante la mafia, nonostante i nullafacenti nel settore pubblico (ci scusino i lavoratori pubblici che ci mettono l’anima nel loro lavoro, ma è un luogo comune che in diversi casi corrisponde a realtà). Ad un certo punto della sua storia, diciamo a partire dal 1979, con l’ingresso nello SME (sistema monetario europeo), la classe dirigente italiana ha deciso di instaurare in Italia delle politiche economiche volte a fare gli interessi del mondo della finanza internazionale, vero soggetto destinatario delle ricchezze che produciamo e che ci vengono sottratte.

La verità è che dobbiamo definanziarizzare la nostra economia, dobbiamo ridurre la tassazione sul lavoro, investire nell’economia reale, valorizzare chi lavora e produce beni e servizi utili per gli altri, cosa che la finanza, parassita del mondo, non fa. Stiamo diventando tutti più poveri perché in pochi, il famoso 1% del mondo, stanno diventando sempre più ricchi. Non è un caso che una multinazionale della finanza come BlackRock (presa come esempio) continui a crescere a dismisura, proprio mentre l’economia italiana, e di molti altri paesi del mondo, continua a sprofondare nella povertà.

La realtà è che ci stanno facendo correre con una bicicletta con le ruote quadrate, che ci impedisce di lavorare serenamente, con soddisfazione, senza rovinare la nostra salute, senza dovere emigrare per trovare lavoro, con una remunerazione dignitosa. Mentre pedaliamo sulla bici con le ruote quadrate, facendo fatica per sopravvivere, per non perdere la nostra corsa per accaparrarci il nostro “osso”, non sappiamo trovare il tempo per liberarsi da questo assurdo e criminale sistema di regole.

Le soluzioni alternative esistono: esistono le biciclette con le ruote rotonde! Le soluzioni alternative le abbiamo qui, in Italia. Abbiamo economisti che hanno le soluzioni per: ridurre le tasse, aumentare gli investimenti pubblici (che generano posti di lavoro per i fornitori), migliorare i servizi pubblici, aumentare il nostro reddito, garantirci prospettive di una serena crescita economica, consentirci di lavorare di meno, disponendo di più tempo libero per la nostra famiglia. E senza incubi notturni causati dalle aggressioni dell’Agenzia delle Entrate e delle banche.

Le soluzioni alternative esistono. Ad esempio, sono state fatte pervenire al governo lo scorso 1 aprile 2020, con il Piano di Salvezza Nazionale www.pianodisalvezzanazionale.it, che avrebbe messo a disposizione del governo immediatamente 300 miliardi di euro per fare fronte alla crisi sanitaria ed economica. Naturalmente il governo non ha mai risposto, perché chi fa le regole intende continuare a farci correre con le ruote quadrate e vuole favorire unicamente gli interessi dell’1% dei ricchi che vivono di speculazione finanziaria.

Abbiamo detto che la prima buona notizia è che le soluzioni alternative esistono, per poter tutti correre con le ruote rotonde, per avere a disposizione 100 ossi per tutti e 100 i cani della stanza. La seconda buona notizia è che la messa in atto di queste soluzioni dipende da noi. Dipende solo da noi, quelli con la casacca tricolore. Quello che noi possiamo fare, quello che ciascun lavoratore (dipendente o autonomo) deve fare se vuole liberarsi da questo meccanismo di schiavitù, è trovare un po’ di tempo per scendere dalla ruota del criceto, unirsi agli altri e chiedere a gran voce che le regole vengano cambiate.

Fino ad oggi ci siamo rapportati con la politica che decide di tenerci dentro alla ruota del criceto. Siamo rimasti a guardare la televisione, aspettando che il “Masaniello” di turno risolvesse i nostri problemi: Berlusconi, Prodi, D’Alema, Renzi, Grillo, Salvini, Meloni, Conte… Tutte persone schiave del sistema e parte del problema; brave a mettersi in evidenza nel sistema mediatico, ma senza l’intenzione o la capacità di cambiare il sistema di regole che ci precipita tutti verso la povertà. Peccato che i media siano anch’essi parte del problema: non danno spazio a coloro che mettono in discussione il sistema. Difficile che le soluzioni arrivino da chi ci parla dalla tv.

Il sistema di regole cambierà solo se coloro che oggi pedalano disperatamente (con le ruote quadrate) per sopravvivere si prenderanno il tempo per capire come funzionano le regole sbagliate e quali sono le alternative possibili, impegnandosi poi concretamente per il cambiamento politico nel paese.

Certo, l’impegno richiesto è gravoso: tu che oggi lavori 12 ore al giorno, 6 giorni a settimana, che già oggi sopravvivi a malapena, che non hai le energie per occuparti di altro che il tuo lavoro e della tua famiglia, non hai il tempo di occuparti delle politica. Ma, come dice lo scrittore americano Ralph Nader “Se non ti occupi di politica, la politica si occuperà di te”.

Occuparsi di politica non significa accodarsi al pifferaio di turno, che puntualmente deluderà e nostre aspettative, ma significa dedicare del tempo a capire da dove arrivano i nostri problemi e quali sono le possibili soluzioni. Chi non si impegna in prima persona per il cambiamento è destinato a fare la vita del criceto, che corre dentro una ruota senza vie di uscita, la fine dei cani che corrono per accaparrarsi gli ossi, sapendo che qualcuno resterà inevitabilmente senza, la fine del ciclista che si ammazza di fatica senza andare avanti, perché usa delle ruote quadrate. E farà fare la stessa fine a tutti gli altri, perché se non ci si impegna tutti insieme, non si raggiunge la massa critica necessaria per cambiare l’attuale sistema di regole.

Abbiamo fondato un’associazione che si chiama Confederazione Sovranità Popolare con un centro studi di politica che ha analizzato i problemi dell’Italia e ha elaborato le necessarie soluzioni. Siamo a disposizione per condividerle: segreteria@sovranitapopolare.it e www.sovranitapopolare.it. A breve daremo vita ad un’altra associazione che intende diventare un sindacato in difesa dei lavoratori autonomi e delle partite IVA www.italiachelavora.org.

Il successo di queste iniziative dipende dalla partecipazione, dal numero di persone che si prenderanno a cuore la questione in prima persona. Dobbiamo essere in tanti, scendere in piazza, fare iniziative clamorose che i media non possano ignorare. Non dobbiamo seguire i partiti, ma imporre ai partiti e a chi ci governa di fare quello che chiediamo e di cui l’Italia ha bisogno.

Possiamo salvare noi stessi ed il nostro paese. Dipende solo da noi. Se ci ripieghiamo a testa bassa pensando solo a salvare noi stessi, il nostro destino di povertà e di fallimento è già segnato. Dipende solo da noi…

Articolo di Davide Gionco

Fonte: https://www.attivismo.info/corri-italiano-corri-e-diventa-povero/

LA FINE DELLA SOVRANITà
Come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli
di Alain De Benoist

La Fine della Sovranità

Come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli

di Alain De Benoist

Una vera e propria dittatura del denaro sta pian piano assumendo il controllo,

togliendo ai Popoli la loro sovranità.

La crisi attuale è caratterizzata dalla completa estraneità della finanza di mercato rispetto all'economia reale, dato che ha causato un indebitamento generalizzato, che ha ormai raggiunto livelli inediti.

La prima conseguenza "naturale" è stata affidare il potere politico ai rappresentanti di Goldman Sachs e di Lehman Brothers, le più grandi potenze finanziarie mondiali, ma inutilmente, poiché la creazione di capitale-denaro fittizio non è più in grado di risolvere il problema.

Ecco quindi che l'Unione europea estrae dal cilindro due nuove "soluzioni": il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance (TSCG) che equivalgono in sostanza a un totale esproprio di ciò che rimaneva della sovranità degli Stati.

I parlamenti nazionali, subalterni e complici, si vedono sottrarre il potere di decidere le entrate e le uscite dello Stato, ruolo ormai trasferito alla Commissione europea.

In questo modo l'intera Europa viene posta sotto la tutela di una nuova autorità, priva di qualsiasi legittimità democratica, che assegna il potere ai mercati finanziari rendendoli completamente liberi di imporre ai popoli il proprio volere.

Indice

Prefazione
La crisi strutturale della forma-capitale e la sovranità

Capitolo 1- La fine del mondo c'è stata, eccome!

Capitolo 2 - Mondializzazione, Demondializzazione

  • La mondializzazione, lo stadio supremo dell'espansione del capitale

Capitolo 3 - Il Debito infinito

Capitolo 4 - Crisi finanziaria: a che punto siamo?
Il MES, un impegno irrevocabile

  • Con la condiscendenza degli eletti socialisti
  • Istituzionalizzata la delazione fra Stati
  • Una rinegoziazione fantasma
  • Un "colpo di Stato europeo"
  • La macchina per ricattare
  • La "follia" della politica di austerità

Capitolo 5 - Il mito dei Mercati Efficienti

  • Una vera marcia verso la miseria
  • Il punto di rottura
  • L'illusorio obiettivo "deficit zero"
  • L'uscita dall'euro è una soluzione?
  • L'industria finanziaria alla conquista del potere
  • La "economia pura" non esiste
  • Le credenze liberali
  • Per un protezionismo europeo

Capitolo 6 - Sfiducia ovunque, speranza da nessuna parte?

Capitolo 7 - Il "Grande Mercato Transatlantico": un'immensa minaccia

Capitolo 8 - La Mondializzazione come ideologia

Capitolo 9 - Miserere dell'Altermondialismo

Appendice

  • Piccola genealogia del Patto di bilancio europeo
  • La sovranità popolare violata
  • Mercato comune o mercato interno?
  • Banche centrali senza controllo democratico

Estratto dal Libro - L'uscita dall'euro è una soluzione?

La decisione dei dirigenti della Commissione europea e della Bce di aiutare i Paesi in difficoltà – aggiungendo però all'aiuto delle condizioni, che in realtà ne aggraveranno la situazione – consiste nello "stabilizzare il sistema pur mantenendo intatti i suoi catastrofici funzionamenti interni", come scrive Frédéric Lordon, il quale aggiunge:

"Eccoci dunque entrati in quello che potremmo chiamare un regime di austerità sub-atroce. […]

Le popolazioni, che avevano ormai solo le speranze paradossali del peggio, cioè la prospettiva di farla finita con le loro sofferenze, grazie al crollo endogeno della costruzione europea, […] ripiomberanno in pieno nell'aggiustamento strutturale senza nemmeno il soccorso delle contraddizioni europee, temporaneamente contenute dalla Bce, e la cui divergenza costituiva il solo modo per mettere un termine alle loro prove. […]

Per finire, la chiusura di fortuna della breccia da parte della Bce lascia l'austerità come unico orizzonte"

La crisi attuale, innanzi tutto, è una crisi del debito o una crisi dell'euro?

A nostro avviso, è in primo luogo una crisi del debito, ma è evidente che le condizioni in cui l'euro è stato creato l'hanno notevolmente aggravata, volendo ignorare le disparità economiche tra i Paesi chiamati ad applicarlo; tuttavia, nelle sue radici più profonde, essa non è stata fondamentalmente provocata dall'indebitamento pubblico, che ne è stato solo la conseguenza.

Come ha di recente fatto notare un collettivo di circa centoventi economisti, l'aggravamento dei deficit pubblici è in realtà il risultato:

"della caduta delle entrate fiscali dovuta in parte ai regali fiscali fatti ai più agiati, dell'aiuto pubblico concesso alle banche commerciali e del ricorso ai mercati finanziari per trattenere quel debito a tassi d'interesse elevati. La crisi è inoltre spiegabile con la totale assenza di regolamentazione del credito e dei flussi di capitali a spese dell'impiego, dei servizi pubblici e delle attività produttive"

Infine, come ha innumerevoli volte sottolineato Jacques Sapir, è una crisi di competitività, aggravata dagli effetti perversi dell'euro, che si è tradotta nell'aggravamento dei deficit commerciali, nella scomparsa di interi settori dell'attività industriale, nella moltiplicazione dei "piani sociali" e delle distruzioni di posti di lavoro.

Uscire dall'euro è la soluzione?

Questa è ormai l'opinione di Emmanuel Todd e, da più tempo, quella di Jacques Sapir, per il quale l'unico scopo del TSCG è quello di "rendere credibile la politica di salvataggio dell'euro".

Noi ci andremo un po' più piano.

L'uscita dall'euro permetterebbe certamente una svalutazione, che a sua volta renderebbe possibile un calo "senza dolore" dei costi salariali, ma un siffatto modo di agire ha senso solo se lo si assume in modo concertato, al fine di consentire un ritorno alle monete nazionali, che vada di pari passo con il mantenimento di una moneta comune riservata agli scambi internazionali.

Orbene, è chiaro che nessuno, oggi, desidera una simile soluzione. Tutto dimostra che i dirigenti dell'Unione europea sono anzi pronti a qualunque cosa, anche al peggio, pur di non toccare l'euro.

La stessa Grecia, che pure forse alla fine sarà costretta a uscirne, sta facendo di tutto per evitare un ritorno alla dracma. La Germania, dal canto suo, vuole impedire ai Paesi mediterranei di uscire dall'euro, perché sa che ciò le costerebbe più di quanto le farebbe guadagnare, ma logicamente non vuole neanche essere la mucca da mungere dei Paesi del Sud; per questo, è la prima a battersi a favore di un controllo rigoroso della spesa pubblica all'interno della zona euro.

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