“Eurabia”: le città dove comandano gli islamici

Francia, Belgio, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Svezia e Danimarca.  E’ l’atlante, sicuramente in difetto, della Jihad in Europa. Una rete che ha delle vere e proprie roccaforti: intere aree urbane disseminate in decine di città del vecchio continente.

Una rete di quartieri dove regna un misto tra il caos e la Shariya islamica: insomma mini-emirati da cui organizzare attentati in tutta Europa e offrire rifugio a terroristi ricercati.

In Europa ce ne sono tante di queste zone: da Malmo, in Svezia al distretto di Kolenkit di Amsterdam, per non parlare della miriadi di mini-califfati sorti nelle ‘banlieue’ in Francia e nel Londonistan. Quartieri dove i terroristi possono contare sulla protezione di legami familiari e dell’omertà se non la collaborazione di simpatizzanti della comunità islamica.

Ma ecco la mappa della jihad in Europa, Paese per Paese:

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LONDONISTAN: l’hub del terrore nasce in Gran Bretagna, non a caso chiamata ‘Londonistan’. Una denominazione che va ben oltre la capitale per comprendere quartieri in quasi tutte le città del Regno Unito: da Liverpool e Manchester e Leeds, da Birmingham a Derby, e Bradford, oltre a Derby, Dewsbury, Leicester, Luton, Sheffield, per finire con Waltham Forest a nord di Londra e Tower Hamlets, nella parte orientale della capitale.

Quartieri dove spesso si trovano dei cartelli avvertono che “stai entrando in una zona controllata dalla sharia”. Intere aree urbane dove esiste un lavoro capillare che si base sul dogma di ‘al Dawa w al Jihad’, ovvero, il proselitismo e il combattimento: il proselitismo, serve a raccogliere sempre nuove reclute; e il Jihad che è l’azione di sostegno alle attività jihadiste.

FRANCIA: In Francia vengono chiamate ‘Zus’, (Zones urbaines sensibles). Secondo le autorità di Parigi ce ne sono 751 in tutto il paese e ospitano almeno cinque milioni di musulmani. Un’enclave jihadista tipica, secondo l’intelligenece, è Sevran: un comune nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, di 50mila abitanti con il 90% degli abitanti di origini straniere. Poi in Francia cè anche una piccola cittadina che ha la più alta percentuale di foreign fighter del Paese: Lunel, un borgo situato nel dipartimento dell’Herault nella regione della Linguadoca-Rossiglione, con un quarto della popolazione immigrata. Da tempo nota per il Moscato e le corse dei tori, Lunel, è passata alle cronache come “la fabbrica dell’odio”, dopo che negli ultimi mesi almeno 20 dei suoi 25 mila abitanti si sono arruolati in Siria, 8 di loro sono morti nei ranghi dell’Isis.

BELGIO: Il Belgio ha una lunga lista di zone a rischio. A Bruxelles, dove il 20% della popolazione è di religione musulmana, esiste un intero quartiere – Molenbeek – “sottoposto alla Sharia”. Qui nessuno, anche se non islamico, può bere o mangiare in pubblico durante il mese di digiuno il Ramadan, le donne sono ‘invitate’ a indossare il velo e a non portare i tacchi. Bere alcool e ascoltare musica sono attività non gradite.

Agli angoli della strada un cartello giallo con scritta nera, avverte che ci si trova in una “Sharia controlled zone”. E più di una volta i giovani che vivono in questa zona hanno accolto con un lancio serrato di pietre le autovetture della polizia. Oltre Molenbeek a Bruxelles svetta Kuregem, un distretto di Anderlecht, dove spesso la polizia e gli assistenti sociali non osano neppure entrare. Da non dimenticare “Sharia4Belgium”, gruppo islamico radicale ritenuto il principale reclutatore di combattenti per la jihad in Siria.

OLANDA: L’Olanda, di aree urbane off-limits, ne ha una lista di 40 zone. Il problema numero uno, è il distretto di Kolenkit, ad Amsterdam. Quindi, i quartieri di Pendrecht, Het Oude Noorden e Bloemhof di Rotterdam. Utrecht deve fare i conti con la zona di Ondiep. Nella capitale, l’Aia, il distretto di Schilderswijk è chiamata addirittura “sharia wijk”, dove aveva base il gruppo Hofstadt, che ha pianificato l’assassinio del regista Theo van Gogh.

DANIMARCA: Anche la Danimarca come un po’ tutti i Paesi scandinavi deve fare i conti con lo jihadismo diffuso. Nella capitale Copenaghen, la zona controllata dalla Shariya, è il sobborgo di Tingbjerg.

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SVEZIA: In Svezia, la città più islamizzata è Malmo, con il 30% della popolazione di fede musulmana. Il quartiere ghetto è per eccellenza Rosengaard, abitato da soli migranti e tappezzato da poster con scritto: “Nel 2030 prendiamo il controllo”.

GERMANIA: La Germania che ospita un gran numero di migranti, non è stata toccata in modo grave dal terrorismo jihadista. Nella capitale Berlino esiste a Neukolln, uno dei più grande quartieri musulmani che viene chiamato, “la provincia ottomana” e di recente, la polizia tedesca ha compiuto un raid a Neukolln, per sventare i piani dell’Isis. Inoltre, dopo gli attentati di New York dell’11 settembre, venne scoperta la cosiddetta “cellula amburghese”. Mohamed Atta e altri dei suoi 19 compagni implicati nell’attacco al Pentagono e alle due torri, venivano dalla città anseatica.

SPAGNA: Più che di quartieri in Spagna bisogna parlare di una intera regione chiamata “Xarq al Andalus”; ovvero il Levante Spagnolo, i territori che furono occupati dai conquistatori musulmani per quasi 5 secoli. In Spagna fu il debutto in Europa dei jihadisti: nel marzo 2004 infatti in un attacco su grande scala persero la vita a Madrid circa 200 persone e altre 2.000 furono ferite. I jihadisti credono ancora che “Al Andalus”, (il nome arabo di questi territori) persa dalle riconqusite cristiane dei secoli passati, appartenga di diritto al Califfato Islamico.

Negli ultimi dieci anni, le forze di sicurezza spagnole hanno arrestato 568 jihadisti in 124 operazioni separate. Egli ha detto che ‘le costanti azioni giudiziarie e di polizia’ aiutano le autorità spagnole a prevenire un altro attacco terroristico su larga scala. Attualmente, sono almeno 50.000 i convertiti musulmani che vivono in Spagna. La polizia dice che essi sono particolarmente vulnerabili alla radicalizzazione, perché subiscono crescenti pressioni da parte degli islamisti, che gli chiedono di compiere attacchi per ‘dimostrare il loro impegno’ nella nuova fede.

Bae ideologica degli euro-jihadisti

Per molti analisti, il principale ispiratore degli euro-jihadisti è Abu Musab al Suri, il cui vero nome è Mustafa Nasser Setmariam. Nato in Siria, cittadino spagnolo, ha vissuto a lungo a Londra dove collaborava con gli estremisti algerini. Al Suri è sostenitore della “Jihad individuale”, attraverso cellule piccole, completamente separate, per “condurre la resistenza”.

Abu Musab al Suri è autore di vari testi, come la “Resistenza islamica internazionale” e “Gestione della Ferocia”. Quest’ultimo è un volume che è stato tradotto in lingua inglese dal Pentagono: un libro che propone un modello di jihad del post 11 settembre, che teorizza “il jihad diffuso”. Lo stesso autore presenta il suo libro così: “Creare il caos in un dato Paese o in una zona precisa, in modo da far soffrire gli abitanti locali, creando così le premesse per far perdere il controllo alle autorità”.

Avrete notato che le nazioni più “esposte” sono anche quelle dove l’immigrazione è più “antica” e dove vige lo Ius Soli, che lungi dall’integrare (non è un pezzo di carta a renderti “francese”), rende invece più difficile il lavoro di prevenzione, perché burocraticamente impedisce di agire contro “cittadini”.

Fonte: https://voxnews.info/2016/03/29/eurabia-le-citta-dove-comandano-gli-islamici-mappa/

Libri e varie...
LA RABBIA E L'ORGOGLIO  —
di Oriana Fallaci

La Rabbia e l'Orgoglio —

di Oriana Fallaci

Una scrittrice combattente irriducibile sempre controcorrente

Con "La rabbia e l'orgoglio" (2001), Oriana Fallaci rompe un silenzio durato dieci anni, dalla pubblicazione di "Insciallah", epico romanzo sulla missione occidentale di pace nella Beirut dilaniata dallo scontro tra cristiani e musulmani e dalle faide con Israele.

Dieci anni in cui la Fallaci sceglie di vivere ritirata nella sua casa newyorchese, come in esilio, a combattere il cancro. Ma non smette mai di lavorare al testo narrativo dedicato alla sua famiglia, quello che lei chiama "il-mio-bambino", pubblicato postumo nel 2008, "Un cappello pieno di ciliege".

L'undici settembre le impone di tornare con furia alla macchina da scrivere per dar voce a quelle idee che ha sempre coltivato nelle interviste, nei reportage, nei romanzi, ma che ha poi "imprigionato dentro il cuore e dentro il cervello" dicendosi "tanto-la-gente-non-vuole-ascoltare". Il risultato è un articolo sul "Corriere della Sera" del 29 settembre 2001, un sermone lo definisce lei stessa, accolto con enorme clamore in Italia e all'estero. Esce in forma di libro nella versione originaria e integrale, preceduto da una prefazione in cui la Fallaci affronta alle radici la questione del terrorismo islamico e parla di sé, del suo isolamento, delle sue scelte rigorose e spietate.

La risposta è esplosiva, le polemiche feroci. Mentre i critici si dividono, l'adesione dei lettori, in tutto il mondo, è unanime di fronte alla passione che anima queste pagine. Prefazione di Ferruccio De Bortoli.

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