Siamo Rane bollite!

de “Il Simplicissimus”

Credo che sia universalmente nota la metafora della “rana bollita” di Noam Chomsky, con la quale egli intendeva mostrare come cambiamenti abbastanza lenti  e progressivi favoriscono la capacità di adattamento a situazioni deleterie, senza incontrare una reazione se non quando è troppo tardi.

La rana messa nel pentolone di acqua fredda nuota tranquilla e si trova anche meglio quando la fiamma scalda un po’ l’acqua rendendola più gradevole, ma quando la temperatura comincia a salire sempre di più e sempre più in fretta si fa strada la consapevolezza di essere in trappola, ma a questo punto la rana non ha più la forza di saltare fuori dalla pentola e muore bollita. È quello che ci sta accadendo. Siamo bolliti.

Ma la rana di Chomsky non prende in considerazione che la dimensione temporale e adattativa della cosiddetta “finestra di Overton”, per cui un’idea o un comportamento da inconcepibile diventa radicale ma possibile e via via accettabile in qualche caso, ragionevole, popolare e infine legale… ossia diventa la norma. Questa dinamica è, soprattutto, uno schema di comunicazione-persuasione con il quale si può completamente ribaltare un atteggiamento politico, una modalità sociale, un approccio ai problemi. L’importante è  che gli scopi finali e l’ideologia che li sottende rimangano nascosti dietro temi a più alto consenso e/o rassicuranti.

Prendiamo la legislazione del lavoro: all’alba degli anni ’80 quella che abbiamo ora sarebbe stata inconcepibile, poi sono arrivati i tagli alla scala mobile che hanno dato il primo colpo ai salari, sia pure presentandolo come provvedimento estremo, poi è arrivata la flessibilità modello Treu ed è sembrata accettabile, poi quella tipo Biagi che è apparsa ragionevole, infine la precarietà è diventata uso comune ed è poi diventata la norma principale grazie a un insistente e diffusa pubblicistica che di volta in volta presentava le nuove logiche come favorevoli alla difesa dei lavoratori o alla crescita dei posti.

Libri e varie...

Tutto questo è avvenuto in primo luogo attraverso una complicata opera di trasformazione e annichilazione linguistica, che da noi ha preso principalmente la forma dell’inglese, non tanto con sostituzioni di significati, quando come metodo di sottrazione dei significati stessi, lasciando un terreno crivellato di vuoti semantici: per esempio – ma è uno fra mille – lo stato sociale che al di là delle particolari specificazioni aveva un senso immediatamente intuibile, è stato sostituito con “welfare” che in realtà non vuol dire nulla, significa vagamente benessere, non ha una forte valenza politica e dunque viene estromesso dall’appartenere alla forma stessa dello stato come la Costituzione imporrebbe, divenendo al massimo una concessione accessoria che ci si può o non ci può permettere.

In poco tempo è stata diffusa e inoculata la stravagante e assurda idea che lo Stato sia sovrapponile a un’azienda e alle sue logiche, capovolgendo due secoli di pensiero politico e mostrando le stigmate della nuova barbarie. Ma per stare a questi giorni possiamo prendere l’insulso e anodino lockdown al posto di segregazione, per capire bene ciò di cui stiamo parlando. Proprio questa deriva linguistica ha permesso lo sfondamento delle identità ideologiche e ideali, lasciando come nella tecnica della cera persa, solo il guscio politico e partitico ed è così che, ad esempio, la sinistra è diventata la maggiore propugnatrice della destra neoliberista.

I meccanismi della persuasione sono molti e complicati, ma in realtà condizionare la comunicazione è assai più facile di quanto non appaia: una svolta scalati i mezzi di comunicazione di massa e dell’editoria compresa quella tecnica e scientifica – cosa molto facile quando ci sono di mezzo banche, potentati finanziari, multinazionali, think tank e magari organismi internazionali sempre più in mano ad interessi economici o imperialisti – diventa un gioco da ragazzi. E la politica fatalmente segue.

Non si creda che questo accada solo con l’uomo della strada… anche gli intellettuali e gli scienziati sono facilmente direzionabili: basta operare nelle università, favorendo certe linee di pensiero piuttosto che altre con donazioni e investimenti, dando possibilità di carriera e di visibilità a certe idee piuttosto che ad altre, ed ecco che il gioco è fatto.

L’intellettuale intende il suo ruolo (e il suo ego) nella misura della sua visibilità e funzione pubblica, senza la quale si sentirebbe deprivato di tutto: perciò si adatta e sceglie di cavalcare l’onda, pochi si sentono di resistere ed è questa la ragione per cui paradossalmente il sistema della disuguaglianza liberista ha sfondato prima fra l’intellighentia che nell’opinione diffusa, meno esposta a questi meccanismi. Alla fine è un’impresa per la quale bastano poche centrali coordinate per ottenere questo effetto.

Così piano piano gli uomini sono stati svuotati della dimensione sociale dei diritti e ridotti e meri individui desideranti dotati dei soli diritti civili, espressione di una soggettività assoluta che si autodetermina e che finisce poi per navigare nel nulla sociale. Alla battaglia per l’eguaglianza e per i diritti effettivi si è sostituita la lotta alla discriminazione, che tuttavia navigando nel mare delle soggettività contrapposte diventa un puro nucleo simbolico, peraltro sottoposto a contraddizioni di ogni genere.

Non è un caso che questo “biopotere focaultiano” (vedi qui)  si sia alla fine rivolto proprio contro la sfera biologica personale, negandole le libertà fondamentali e imponendo vaccini o pratiche di segregazione palesemente inutili a fronte di un’emergenza puramente narrata.

Articolo de “Il Simplicissimus”

Rivisto da Conoscenzealconfine.it

Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/08/siamo-rane-bollite/

Libri e varie...
SISTEMI DI POTERE (EBOOK)
Conversazioni sulle nuove sfide globali
di Noam Chomsky

Sistemi di Potere (eBook)

Conversazioni sulle nuove sfide globali

di Noam Chomsky

In questa formidabile serie di colloqui, l'ottantacinquenne linguista e politologo statunitense analizza il mondo contemporaneo e le tensioni che lo animano, denunciando i "sistemi di potere" - governi, organismi finanziari, multinazionali - che alimentano divisioni nella società allo scopo di assoggettare gli individui.

A finire sotto il suo sguardo chirurgico non è solo il nuovo imperialismo americano, che perpetua persino sotto Obama strategie consolidate, ma anche il potere, più recente e oramai forse più invasivo, del capitale finanziario transnazionale, che ha scalzato quello legato all'industria e al commercio.

È il potere delle multinazionali, della BCE e dei fautori dell'austerity, che impoverisce il ceto medio e tiene sotto scacco l'Europa. Sono questi "sistemi" a muovere una nuova guerra di classe contro i lavoratori e la società, una guerra che non può che essere "unilaterale". Al servizio del potere, oggi come sempre, la macchina della propaganda, che induce nuovi bisogni e crea sottomissione.

"Il potere non si suicida", dice Chomsky, ma alcune forme di democrazia partecipata e di cittadinanza attiva emergono a contrastare la sua forza schiacciante: il movimento Occupy e gli indignados, la gestione operaia delle fabbriche, le rivolte della Primavera araba dimostrano che lottare per migliorare le cose è possibile. A patto di non sedersi davanti alla tv: Chomsky interviene qui, infatti, anche su questioni di politica culturale, facendo il bilancio della sua lunga attività di linguista e denunciando lo stato della cultura e dell'istruzione attraverso un'acuta critica ai libri elettronici, a Twitter e ai social network.

Il messaggio politico e umano di un grande intellettuale indipendente, uno dei pochissimi veri saggi dei nostri tempi.

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Un commento

  1. Pasqualino Accetta

    proprio quello che sta succedendo da qualche decennio nel mondo, le democrazie si stanno piegando alla volonta dei cartelli finanziari e di chi governa il mondo con la forza del denaro

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