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Il Fascino della Rabbia e la Paura della Salvezza

di Gimmi Santucci

Finché c’è da abbaiare alla luna, da schiumare di rabbia, da puntare il dito contro qualcuno o qualcosa, si trova sempre compagnia. E chi abbaia per primo o più forte, è seguito e riconosciuto.

C’è un bisogno spasmodico di immaginarsi dissidenti, contestatori, attenti controllori delle malefatte altrui, ribadendo di appartenere a una categoria di puri ingiustamente perseguitati dalle circostanze. C’è forse la convinzione che, a furia di berciare dal sottoscala di qualche angusta rete sociale e virtuale, si ripianerà ogni ingiustizia, si recupererà l’ordine dovuto delle cose, si ritroverà l’età dell’oro.

C’è forse l’attesa che, denunciando inganni, doppi giochi, voltafaccia e tradimenti, un nemico eletto tale per necessità di averlo e sputarci addosso, si dissolverà per sortilegio. Addirittura c’è chi, nell’isteria implicita del mondo cibernetico, a quel nemico crede di parlare davvero e di colpirlo tirando sassi dalle imposte socchiuse, di confonderlo sgargarozzando insulti da quel sottoscala, di fiaccarlo denunciandone errori e nefandezze.

C’è il bisogno di sentirsi martiri e barricadieri. C’è il bisogno di sentirsi scaltri cittadini che “non ci cascano” e fieri combattenti che “non mollano”. C’è il bisogno di credere nell’escatologia derivata da un sovvertimento di questo stato di cose senza prescindere dallo “stato” e dalle “cose”. C’è la fanciullesca velleità di esprimere tutto il disprezzo ruttando in faccia a quel presunto nemico, di segnare la distanza e conclamarsi moralmente eroici e superiori, perché “io non gliela mando a dire”, perché “a me non mi avranno mai”, perché “è quello che si merita”. Ma…

… Non c’è una guerra. C’è stata quando nessuno se n’è accorto, quando a eccepire ci si sentiva rispondere: “Madddaaahiiih, ti pare che…” e ingenuismi minimalisti a seguire. “Ché è… basta lamentarsi”, “ognuno si decide il suo destino”, “inutile preoccuparsi in anticipo”.

Finché è rimasto un simulacro di diritti sociali si sarebbe potuto immaginare di entrare nella mischia. Ormai sono stati annullati a colpi di apologia del profitto, damnatio degli sprechi, reductio ad magnamagna, horror evasorum.

Quando si è riusciti a convincere una maggioranza di appartenere a una genia traviata di ladri, truffatori e fannulloni e chi non lo fosse restava comunque o complice o colpevole a prescindere per familiarità, quando proclamarci materia escrementizia garantiva il consenso nei salotti, la guerra era già finita e persa. Quando si è imposta la certezza che il passato è da cancellare, rinnegandolo, e il futuro è solo nella tecnica e in ciò che è dimostrabile e misurabile, ci trovavamo ormai nell’epilogo della resa.

La guerra è passata, persa dalla stragrande maggioranza della popolazione. E quando non c’è una guerra, non c’è un nemico. Ci sono liquidatori o carcerieri. I liquidatori eseguono avulsi da qualsiasi coinvolgimento esterno, protetti in uno spazio ulteriore dove l’incolumità è garantita dall’abitare una dimensione post-mortem come entità ultra corporee. Dai carcerieri si fugge o si annientano, ma godono il favore di una mimetizzazione sociale e mediatica, non ultimo della sindrome di Stoccolma, più diffusa di quanto si creda.

Non c’è una guerra. C’è l’epilogo, che sia lo schianto, il crollo, il lento dissolversi. Non si sa bene quale di questi, ma è l’epilogo. Chi può ancora occupare ruoli e funzioni attive, non lo fa contro qualcuno, ma solo per tentare il tutto per tutto, per cogliere tutte le opportunità possibili finché ci sono. Non hanno un astio specifico, indirizzato e personalistico, ma cercano solo di delimitare la distanza tra loro e gli altri, perché sanno che la loro incolumità non è garantita. Nel saccheggio dopo la guerra non esiste pietà e morale. Si prende quel che si può. Lo sciacallo non ha nemici, vive solo delle sue urgenze estemporanee e delle disgrazie altrui.

Quando c’è stata la guerra molti non se ne sono neanche accorti. Quando qualcuno ha intuito che fosse successo qualcosa, ha immaginato di impugnare l’alabarda di cartapesta, la scimitarra di gommapiuma, il megafono per squittire ad alto volume. Ma soprattutto, si è parato dietro i volti che, per occasioni di visibilità, hanno dato voce alla frustrazione e al bisogno di rivalsa.

Sbraitare imbracciando il manico di scopa con lo scolapiatti in testa è più divertente e significante che impegnarsi sul percorso che solo ci è ormai consentito. Per questo, quando finisce il tempo dell’abbaio e dello schiumar di bocca e si comincia a ragionare sullo stato delle cose e gli sviluppi possibili, la compagnia si disperde. Che poi, in trincea non si urla, si spara. Alla resa non c’è modo di inveire sui generali, si scappa o ci si consegna. Davanti alle macerie non si maledice l’empireo dei sommi, si lavora di braccia.

Quando c’è da concludere che un sistema di princìpi e certezze ha dissimulato inganni e sacralità fasulle, quando non c’è più il romanticismo di un preteso privilegio né del martirio, quando c’è da concludere che ogni valore etico e qualsiasi ambizione di certezza sono un pretestuoso fumo negli occhi, si apre uno scenario di solitudine e di impegno esistenziale, privo di qualsiasi minima soddisfazione sociale e di un pur effimero appagamento morale.

Il rutto che veicolerebbe tutto il disprezzo per l’altro, è un sordo spasmo che implode nell’anima, muto nell’aria, incapace di compiere il tragitto e la funzione. Suvvia, finché c’è l’attesa di una veranda abusiva o di un parcheggio in doppia fila, nessuno è pronto a stroncare la protervia del direttore di banca, la sciatteria di un ufficio comunale, la latitanza del Medico di Base. La baldanza contro i massimi sistemi di rado si traduce in un impegno di prossimità, perché è ben più appagante inveire contro “i politici” che perseguire un obiettivo civico con un assessorato del comune, o semplicemente indagare dov’è e chi davvero rappresenta il problema.

È il momento di capire che ruolo ha il singolo nella storia, quali aggregazioni vanno perseguite, quale è il percorso di crescita e compimento che ognuno di noi deve intraprendere per abitare un tempo e uno spazio. Non esiste un diritto inviolabile garantito a priori, un’area di sicurezza garantita in concessione, baluardi inespugnabili a nostra disposizione. Qualsiasi beneficio accordato al di fuori del nostro controllo è revocabile.

L’uomo ha una natura e delle capacità che vanno comprese e esercitate dietro solitaria fatica. Ma da qui si compongono le facoltà per armonizzarsi con le circostanze, per levare il vero scudo che ci protegge, per cooperare nell’equilibrio del reciproco vantaggio. Lavorare sullo spirito, sull’anima e sulla mente è quanto di più fisico, concreto e impegnativo possa esserci.

Ingaggiarsi in lotte e diatribe di circostanza distrae e indebolisce. Coloro che ciclicamente vincono le guerre non si preoccupano di vessarci e perseguitarci, piuttosto cercano di distrarci dal comprendere la nostra natura ed esprimerne le facoltà provocando indignazioni e disagi. Resistere a questa continua provocazione è sovrumano, insistere è disumano.

Superando la morbosità del proselitismo e la pochezza di capeggiare un branco, si consideri l’opportunità di rimanere connessi e reciprocizzarsi con chi cerca di ritrovare un senso e condividerlo.

Il tempo di combattere è passato, il tempo dello sdegno è scaduto, il tempo degli eroi per delega è assolto per insufficienza di prove. È arrivato il momento del nostro tempo. Troviamoci e occupiamolo.

Articolo di Gimmi Santucci

Fonte: https://frontiere.me/il-fascino-della-rabbia-e-la-paura-della-salvezza/

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