Agricoltura 100% biologica: in Italia è pura utopia?

di Roberta Ragni

Agricoltura 100% biologica: in Italia è pura utopia?

buthan - monastero

Buthan – Monastero

Il Bhutan, piccolo regno situato sulla catena montuosa dell’Himalaya – famoso per aver introdotto come parametro di sviluppo, la felicità della popolazione – ha deciso di diventare la prima nazione al mondo biologica al 100%, entro il 2020. Verranno dunque aboliti tutti i pesticidi e i diserbanti, mentre il Ministero dell’Agricoltura si adopererà per rendere il passaggio graduale nel tempo, ma completo.

Così, dopo la delusione della Pac e mentre – tra l’altro – anche la Francia dichiara di voler raddoppiare le terre dedicate alle coltivazioni biologiche, viene spontaneo chiedersi: è possibile pensare a un completo passaggio ai metodi dell’agricoltura biologica per Paesi come l’Italia? O è una visone utopistica?

Alcuni protagonisti del biologico, dalle aziende agli enti certificatori, passando per le associazioni, rispondono ad alcune domande.

Agricoltura 100% biologica: in Italia è pura utopia?

Fabrizio Piva, Amministratore Delegato CCPB

Per un Paese complesso e climaticamente variegato come l’Italia è abbastanza utopistico. Non lo è invece aumentare l’incidenza della produzione agricola biologica al 20% della superficie agricola utilizzata. Contribuirebbe a meglio utilizzare i cosiddetti terreni marginali, oggi poco competitivi nell’agricoltura convenzionale, e così migliorare la produttività del biologico, ridurre i costi ed i prezzi, con risultati positivi sia in termini economici che ambientali“.

Alessandro Pulga, Direttore Icea

Raggiungere il 100% forse è eccessivo, per un contesto produttivo ampio e variegato come quello italiano. Possiamo fare però molto di più (e meglio) di quanto accade oggi. Servono però anche le piattaforme commerciali, le infrastrutture logistiche oltre che, ovviamente, un mercato interno sufficientemente ricettivo. La spinta deve arrivare principalmente dal mercato e, ancora meglio, dal consumatore.

Il consumatore italiano è ancora troppo “egoista”, privilegia giustamente la qualità e la sicurezza ma capisce ancora poco e non premia ancora sufficientemente la sostenibilità ecologica del processo di produzione. In altri Paesi più “acculturati” al riguardo, sto parlando del Nord Europa, stanno diffondendo standard di produzione che vanno ben oltre il biologico, prendendo in considerazione l’impatto ambientale dell’intero ciclo di vita del prodotto. L’Italia rischia di rimanere al palo e diventare, come è accaduto in altri casi, il fanalino di coda“.

Bhutan - Vallata

Bhutan – Vallata

Giovanni Battista Girolomoni, Presidente Gino Girolomoni Cooperativa Agricola

In una prima fase pioneristica, la maggior parte del mondo agricolo e scientifico, e anche quello delle istituzioni ha fatto di tutto per frenare sul nascere il movimento dell’agricoltura biologica. Ora che invece il movimento ha assunto una certa importanza, il tentativo, da parte di molti, è quello fare passare l’idea che il biologico rappresenti qualcosa di nicchia, per pochi produttori e per pochi consumatori. Virtuoso, per carità, ma che non può essere un modello di larga diffusione. La nostra cooperativa insieme a tutta la filiera marchigiana (abbiamo creato insieme ad altre 4 cooperativa il Consorzio Marche Biologiche), ha dimostrato tutt’altra cosa, e cioè che questo modello può essere il metodo di coltivare i campi in tutto il territorio collinare e di montagna italiano (che rappresentano i 2/3 del territorio).

Paolo Carnemolla, presidente Federbio

No, affatto. La Regione Emilia Romagna, uno dei territori con l’agricoltura più intensiva in Europa, alla fine degli anni settanta dello scorso secolo decise di avviare un percorso di riduzione dell’impiego dei prodotti chimici di sintesi e oggi la grande parte della sua agricoltura produttiva segue i disciplinari di “agricoltura integrata”, che già prevedono l’utilizzo di principi e metodi del biologico. Inoltre in tutta Italia le zone interne, collinari e montane, sono oggi o abbandonate o coltivate a biologico, certificato o no. Investendo in ricerca, sperimentazione, trasferimento tecnologico e formazione, e potendo contare sulle risorse dei fondi europei, sempre più orientati anch’essi alla sostenibilità, credo che l’obiettivo potrebbe essere raggiungibile in non più di 15 anni. Anche perché nel frattempo in agricoltura stanno subentrando i giovani e, come dimostra una recente indagine di Confagricoltura, i nuovi agricoltori sono già per oltre la metà orientati a produzioni di qualità e bio“.

Alessandro Triantafyllidis, Presidente Aiab

Non è affatto utopistico. Basti considerare che, sebbene l’agricoltura tradizionale odierna sia diventata di fatto solo biochimica, fino al 1950 si faceva uso esclusivo dei mezzi tecnici propri dell’agricoltura biologica. Stiamo parlando, però, di un sistema produttivo molto più esclusivo ed è ovvio, quindi, che bisognerebbe mantenere quanto più territorio possibile in coltivazione. Ergo, il primo passo necessario sarebbe quello di fermare il consumo di suolo, affinché i terreni non vengano abbondanti ma coltivati. Una politica molto più ampia, di stampo sociale, in grado di mantenere la vitalità rurale dando la possibilità anche a comunità emarginate e remote di praticare un tipo di agricoltura che dia un minimo di reddito, potrebbe rendere tutto questo realtà. Non è cosa semplice, intendiamoci, ma è assolutamente possibile.

Articolo di Roberta Ragni

Fonte: http://www.greenbiz.it/panorama/opinioni/6633-agricoltura-biologica-italia

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