Com’è potuto morire Jeffrey Epstein?

È quello che si chiedono tutti negli Stati Uniti, mentre emergono le prime ricostruzioni e alcuni – tra cui il presidente Trump – fanno circolare teorie del complotto.

Da pochi giorni sono iniziate le indagini per capire come Jeffrey Epstein, il multimilionario americano arrestato a luglio con l’accusa di sfruttamento sessuale, abbia potuto uccidersi mentre era in carcere, come lasciano immaginare tutte le informazioni disponibili.

Epstein infatti era uno dei detenuti più noti di tutti gli Stati Uniti, al centro di un’indagine che sembra poter implicare molte persone potenti e influenti, e aveva provato a uccidersi meno di tre settimane fa: avrebbe dovuto, dunque, essere sorvegliato in modo speciale, ma sembra che qualcosa sia andato storto, mentre online si stanno diffondendo articolate e prevedibili teorie del complotto, che fanno leva sulla stranezza della storia e sulla scarsità di informazioni ufficiali diffuse finora.

Libri e varie...

Epstein aveva 66 anni ed era un noto milionario con amicizie altolocate, accusato di aver organizzato per anni un elaborato sistema per ottenere prestazioni sessuali da ragazze, anche minorenni e persino di 14 anni, durante alcune sedute di massaggi nelle sue case in Florida e New York. Si era dichiarato non colpevole e rischiava fino a 45 anni di carcere.

Il suo corpo è stato ritrovato sabato mattina alle sei e mezza nella cella in cui era detenuto nel Metropolitan Correctional Center, una prigione a poche centinaia di metri da Ground Zero, a Manhattan. Epstein era solo, e sembra che le guardie carcerarie non controllassero la sua cella da tempo: due cose che non sarebbero dovute succedere.

Epstein, infatti, aveva provato a uccidersi tre settimane fa, il giorno in cui il giudice gli aveva negato la cauzione: era stato trovato in stato semicosciente con delle ferite al collo, ma era stato soccorso in tempo. Era quindi stato inserito nel programma di osservazione riservato ai detenuti che si sospetta potrebbero provare a uccidersi, che prevede una sorveglianza diretta e frequente da parte della polizia penintenziaria. Meno di una settimana dopo, però, era stato stranamente tolto dal programma: il carcere aveva informato il ministero della Giustizia, assicurando che Epstein avrebbe avuto un compagno di cella e che una guardia avrebbe controllato la situazione una volta ogni mezz’ora, ha spiegato una fonte di polizia al New York Times.

Libri e varie...

Non è ancora chiaro cosa sia andato storto. Diversi rappresentanti sindacali delle guardie carcerarie hanno segnalato che da tempo al Metropolitan Correctional Center, come in moltissime altre carceri statunitensi, il personale è insufficiente. Una fonte interna alla prigione ha detto al New York Times che le due guardie di turno al momento della morte di Epstein stavano facendo gli straordinari, uno di loro per il quinto giorno consecutivo. Eric Young, rappresentante sindacale delle guardie del carcere, non ha voluto commentare l’ipotesi che le due guardie non avessero svolto i controlli previsti ogni 30 minuti.

In molti, tra politici, avvocati, attivisti e giornali, hanno chiesto alle autorità americane di spiegare come sia stato possibile che le procedure siano state apparentemente violate, ma finora l’agenzia federale che si occupa delle prigioni non ha dato spiegazioni. Secondo due fonti giudiziarie sentite dal New York Times, la decisione di trasferire Epstein in una cella individuale violava anche le regole interne della prigione, oltre che le garanzie fornite al ministero. Normalmente si suppone che un compagno di cella possa aiutare un detenuto a rischio, tenendogli compagnia o perlomeno avvertendo le guardie in caso provi a uccidersi.

Cameron Lindsay, ex direttore di una prigione federale di Brooklyn, ha spiegato che Epstein non avrebbe dovuto essere tolto dal programma di prevenzione dei suicidi: anche se lo psicologo incaricato lo aveva ritenuto pronto, il direttore del carcere avrebbe dovuto prendere la decisione più prudente, secondo Lindsay. Epstein era un detenuto di profilo altissimo, e per il reato di cui era accusato c’era anche il rischio che qualche altro detenuto provasse a ucciderlo. Bob Hood, un ex dirigente dell’agenzia statunitense per le prigioni, ha spiegato che è normale che un detenuto rimanga nel programma di osservazione speciale per una sola settimana, ma solo nel caso in cui abbia ricevuto delle brutte notizie familiari o sul suo caso giudiziario. Non nel caso di un tentato suicidio.

Il corpo di Epstein è già stato sottoposto ad autopsia, ma i risultati non sono ancora stati diffusi, perché il medico legale ha detto di volere altre informazioni dalla polizia. Per questo motivo, la sua morte non è ancora stata dichiarata ufficialmente come un suicidio. Questo ha contribuito al diffondersi di molte teorie del complotto. Epstein era infatti molto vicino a personaggi molto importanti, dai Clinton a Donald Trump al principe Andrea d’Inghilterra: in tantissimi hanno perciò sostenuto, al momento senza nessuna prova, che sia stato ucciso per evitare che rivelasse informazioni compromettenti su qualcuno.

A differenza di quello che accade di solito con le teorie del complotto su Internet, a diffondere una di queste teorie su Epstein è stato lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che domenica ha retwittato il video di un comico di destra che accusava i Clinton di essere responsabili della morte di Epstein (esiste una vecchia teoria secondo cui la coppia avrebbe fatto uccidere molti suoi nemici politici). Il contenuto del video, che è stato visto milioni di volte, è stato subito smentito da una portavoce dei Clinton, che ha detto che contiene accuse “assurde” e che Trump lo sa. Ma su Twitter sono circolate teorie che hanno accusato anche Trump, facendo intervenire il senatore Marco Rubio, membro della commissione per l’Intelligence al Senato, che ha condannato tutte le teorie complottiste sul caso, accusando genericamente “bot e troll di Putin” di essere dietro all’operazione.

Le teorie in realtà non sono state alimentate soltanto da account sospetti o estremisti, ma anche da personaggi mainstream come Joe Scarborough, importante conduttore della MSNBC ed ex deputato Repubblicano, secondo cui il suicidio di Epstein ricorda i “suicidi” che di tanto in tanto avvengono in Russia coinvolgendo personaggi in posizioni scomode. (“A guy who had information that would have destroyed rich and powerful men’s lives ends up dead in his jail cell. How predictably… Russian” – Joe Scarborough-@JoeNBC – August 10, 2019)

Su internet sono circolate anche informazioni che i giornali non hanno potuto verificare, come quella secondo cui ci sarebbe stato un malfunzionamento alle telecamere nella cella di Epstein. Le telecamere erano presenti nei corridoi e nelle aree comuni intorno alla cella, ma non all’interno. Epstein, inoltre, era da solo nel momento in cui è morto.

Fonte: www.ilpost.it

Libri e varie...
L'ABUSO ALL'INFANZIA NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI
Dal lavoro con le vittime, con i colpevoli e con i genitori
di Mathias Wais, Ingrid Gallé

L'Abuso all'Infanzia nella Vita di tutti i Giorni

Dal lavoro con le vittime, con i colpevoli e con i genitori

di Mathias Wais, Ingrid Gallé

L'abuso sessuale non è un fenomeno isolabile, descrivibile in modo netto e preciso, ma purtroppo si inserisce senza soluzione di continuità nel quotidiano e comune atteggiamento di superiorità e potere con cui l'adulto tratta il bambino.

In questo libro, l'abuso è descritto dal punto di vista dell'esperienza, dall'interno. Cosa provano la vittima, l'abusante, l'ambiente? E cosa proviamo noi tutti, pubblico ed esperti, riguardo al tema dell'abuso sessuale? Come possiamo comprenderlo, rapportarci ad esso? Che posizione vogliamo assumere al riguardo?

Fondandosi su ciò che hanno sperimentato in questo campo negli ultimi anni, gli autori parlano dell'esperienza di lavoro con le vittime, con gli abusanti, con le madri e l'ambiente circostante e, come consulenti all'educazione, delle conclusioni che da tale esperienza di lavoro si possono trarre.

Ottenere una spiegazione definitiva dell'abuso è impossibile, ma con tale approccio, Wais e Gallé vogliono innanzitutto sviluppare aspetti finora trascurati nei dibattiti che possono contribuire ad una comprensione dell'abuso in quanto fenomeno sociale.

Nel testo: Breve storia delle reazioni

  • "È semplicemente successo": le strategie dell'abusante
  • "Non posso farci niente": la "teoria pulsionale" dell'abusante
  • Quello che le donne fanno ai bambini, lo fanno per amore"? Le donne che abusano di bambini
  • "Dice che è amore": dal vissuto della vittima
  • Così vicina, eppure così lontana: la madre
  • "Fallo per me": la sopraffazione nella vita di tutti i giorni
  • Affrancarsi dall'abusatore: psicoterapia di donne e uomini che hanno subito abuso
  • "Dov'è il problema?": il lavoro di prevenzione sugli abusatori
  • Conclusioni: il potere e l'Io
...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *