Lettera agli Insegnanti

Prof. Francesco Benozzo

Care colleghe, cari colleghi, da più di un anno e mezzo mi trovo, direi ormai mio malgrado, in prima linea per combattere la versione monocorde della storia “pandemica”.

Ho pubblicato circa 30 interventi di carattere militante, ho pubblicato tre libri – due dei quali tradotti ora in più lingue, l’ultimo dei quali scritto a quattro mani con un professore, Luca Marini, ben più autorevole di me – su un’idea evidentemente non allineata di scienza, dissidenza e poesia. Ho fatto concerti, alcuni credo importanti, per raccontare una storia diversa.

All’Università di Bologna, dove ho – o ho avuto – l’onore di insegnare, sono stato censurato per avere espresso la mia libertà di pensiero, dalle stesse autorità accademiche che mi chiedevano di organizzare manifestazioni pubbliche, in nome della libertà di pensiero, per il nostro sventurato studente Patrick Zaki (che un qualche dio benedica te, ragazzo, insieme a chi si trova nella tua condizione in modo anche più anonimo).

Insegno con grande consapevolezza la Filologia sulla cattedra che fu prima di Giosue Carducci e poi di Giovanni Pascoli. In nome di questa consapevolezza, vengo ora al punto, con una premessa. La premessa è che io non ho fiducia in accorpamenti di gruppi, in iniziative, in ricorsi vari. Non ho fiducia nei dibattiti interni. Non ho fiducia nelle class action. Io ho fiducia negli individui e nella poesia di ciascuno, nella dissidenza individuale e nel mettersi alla prova in prima persona.

Libri e varie...

Care colleghe, cari colleghi, la cosa più concreta che ora mi viene in mente, in questa prospettiva, e dentro questo scenario oscuro e raccapricciante, è un dissenso individuale. Chi come me non ha e non avrà mai alcun green pass ha già dissentito e dissente, e subirà e subisce le conseguenze discriminatorie del caso che le/gli sono state sentenziate. Non penso ci sia bisogno di altro.

Ma io credo che proprio chi invece possiede un green pass ma possiede anche una visione non settaria della realtà potrebbe diventare adesso l’elemento che il dispositivo di soggiogamento non aveva previsto: potrebbe, come docente, come amministrativo, come parte di una comunità – la Scuola, l’Università – che un tempo è stata il faro e il baluardo per lottare contro le derive autoritarie, e su cui si è fondato il libero pensiero e la felicità dell’uomo, NON RECARSI AL LUOGO DI LAVORO, RIFIUTARE DI INSEGNARE, DI LAVORARE, DI ESSERE COMPLICE DI UN’ISTITUZIONE CHE SI FA PORTAVOCE DI UNA DISCRIMINAZIONE.

Potrebbe annunciarlo al proprio direttore, al proprio rettore, al proprio responsabile (figure da cui, in un mondo diverso da quello patetico in cui viviamo, ci si sarebbe aspettati una mossa simile contro le istituzioni!). È venuto il tempo di capire – e qui mi rivolgo ai rettori, ai direttori di dipartimento, ai dirigenti scolastici, ai coordinatori di iniziative interdisciplinari – se tutte le belle parole sull’inclusione e la diversità, sull’Agenda UNESCO 2030, sulla libertà di pensiero, sullo sviluppo sostenibile, sulla lotta contro ogni discriminazione erano alla fine solo parole.

È venuto il tempo di capire se si ha la faccia tosta di presentarsi di fronte ai nostri studenti per insegnare loro qualcosa che ha a che fare con lo spirito critico, nel momento stesso in cui si accetta di farlo rinunciando al proprio spirito critico, esibendo un lasciapassare che rende consapevolmente ridicola ogni prospettiva di autonomia di pensiero.

Care colleghe, cari colleghi, io vi esorto a un gesto di dissidenza individuale. Rispettando ogni opinione che sia contraria alla mia – la mia, intendo, che è fin troppo chiara – vi esorto a chiedere a voi stessi, in coscienza, se ha davvero senso pensare a voi stesse e voi stessi come insegnanti, come docenti, come persone libere in un’istituzione libera, a fronte di questo ricatto che costringe voi a obbedire a una regola insensata e le vostre colleghe e colleghi che non obbediscono a stare fuori dalle aule che anche grazie a loro – e adesso è più chiaro che mai – sono diventate luoghi di pensiero critico e libero. Care colleghe, cari colleghi, io credo che spetti a noi, ma ora soprattutto a voi, farsi portavoce di quell’idea di civiltà non seriale, non pedissequa, non servile, in nome della quale la Scuola e l’Università erano nate.

Sono certo che verranno tempi migliori. Le acque dei laghi appenninici continuano a incresparsi nelle notti di luna. Un bellissimo autunno indora le faggete azzurre. La verità e la bellezza continueranno in qualche luogo a danzare insieme.

Ci saranno cose che non rimpiangeremo. Ci saranno cose che rimpiangeremo. Ognuno di noi saprà scegliere che cosa rimpiangerà o non rimpiangerà di questi tempi di tenebra. Io credo che molto, o tutto, dipenda da gesti individuali e da scelte chiare. Credo che molto, o tutto, dipenda da voi.

Francesco Benozzo – Insegna Filologia romanza all’Università di Bologna. È il responsabile di gruppi di ricerca internazionali, coordina progetti interuniversitari e dirige alcune riviste scientifiche di linguistica e filologia. Poeta e musicista (arpa celtica) è autore di oltre 700 pubblicazioni scientifiche, di 11 album musicali prodotti tra Italia, Gran Bretagna e Danimarca, e di poemi epici orali tradotti in diverse lingue. Dal 2015 è stabilmente candidato al Premio Nobel per la Letteratura.

Fonte: https://disinformazione.it/2021/08/28/lettera-agli-insegnanti/

Libri e varie...
MEDICINA PREVENTIVA E VACCINAZIONI
Il tema vaccinazioni, atto consapevole
di Giancarlo Buccheri

Medicina Preventiva e Vaccinazioni

Il tema vaccinazioni, atto consapevole

di Giancarlo Buccheri

Un’autentica medicina preventiva, che tenga conto della realtà spirituale dell’uomo, non può che fondarsi su valori di tal genere: coraggio nel voler conoscere l’ignoto, fiducia negli incontri di destino e consapevolezza della propria dignità umana.

Prefazione

Il tema vaccinazioni è un tema conoscitivo e giuridico, oltre ad essere un atto medico.

Qui si tocca un elemento molto importante, che è quello della corporeità umana.

Come addentrarsi in questo tema rispettando la peculiarità tipicamente umana di essere ognuno un singolo individuo e contemporaneamente un’entità sociale inserita in un contesto preciso e comunicante con altri contesti? Quando si fanno studi in laboratorio le condizioni sono definite da parametri normati. In vivo la situazione cambia.

Si potrebbe riflettere sulla valenza concreta degli studi clinici, che non vuol significare disconoscerne il valore e i risultati ma, di nuovo, contestualizzare.

Questo porterebbe ora lontano; così come molti sarebbero i temi da approfondire, a partire da quello della diffusione delle malattie croniche, di cui il mondo cosiddetto occidentale oggi soffre in modo crescente, in relazione a come si trasformano le malattie acute infettive e contagiose.

Si può però proseguire di un passo accennando a una caratteristica della medicina, che riflette nella sperimentazione e nella qualità dell’indirizzo terapeutico l’impostazione di pensiero e le realizzazioni della società umana in un particolare periodo della civiltà, oggi quella post-materialistica, che necessita di risparmio in ambito economico e delle forze umane e che lavora sui grandi numeri e con provvedimenti tecnici, meccanico-informatici.

Non la si vuole negare opponendosi all’evidenza concreta ma si vorrebbe integrare un apporto fatto di iniziali semi di rinnovamento che portano con sé certo caos, ingenuità, confusione, dilettantismo e anche quanto si può inserire là dove fanno breccia movimenti retrogradi. Non per questo la dignità e la libertà umane devono essere sacrificate per paura.

Perché nasca il nuovo, cioè si prosegua in senso evolutivo il cammino come società umana, il momento di caotizzazione, mantenuto in sani ambiti, è fisiologico. Se il tema oggi è quello dei servizi sociali e di una medicina che garantisca la salute in modo orizzontale, d’altra parte l’allarme di una massificazione delle cure viene da temi oggi attuali quali, per esempio, l’antibiotico resistenza e l’abuso del consumo dei medicinali più in generale.

Le malattie cambiano così come l’uomo evolve. Anche i metodi di cura vanno incontro a innovazioni, legate a questi cambiamenti che si verificano nel tempo. Qualità della salute, manifestazioni di malattia ed indirizzo di terapia sono inoltre caratterizzati dalle condizioni sociali, intendendo con questo soprattutto lo stile di vita; i valori della società in cui si è inseriti; con i provvedimenti e le azioni che ne derivano, oltre che il tenore di vita economico.

Il rispetto della singola individualità, con la sua biografia e il rispetto del contesto sociale, portano a porre singole riflessioni concrete: se una malattia, il morbillo, è cambiata negli anni divenendo più grave per le sue complicanze e spostandosi o allargando la fascia di età, anche per l’intervento vaccinale; se la scarlattina è mutata alleggerendosi nelle manifestazioni cliniche, per l’intervento degli antibiotici e la facilità di diagnosi del batterio che la causa; se il profilo di altre malattie contagiose è cambiato, dovremmo avere la possibilità come medici e come pazienti di poter curare e prevenire secondo un modello (linee guida raccomandate) e contemporaneamente in modo adatto alla situazione contingente.

Chi può rispettare, e vuole liberamente e consapevolmente affrontare l’evenienza di una malattia, osservando tempi adatti di decorso; riposo a letto che prevede la posizione supina; dieta adeguata ad alleggerire il lavoro metabolico; terapie integrate consone, dovrebbe poterlo fare.

Così come chi invece ha necessità di prendere immediatamente un antipiretico o un antibiotico, a seconda della adatta prescrizione; non vuole o non può rispettare tempi di malattia e di convalescenza di una tera pia integrata, ha il diritto alle cure del caso e il dovere di applicare un’azione preventiva, anche vaccinale.

Giancarlo Buccheri

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