I Paradigmi del “Nuovo” Colonialismo Totalizzante

di Maria Micaela Bartolucci

Non alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia è diventata una colonia, non è stato lo sbarco degli “alleati”, non sono tutte le basi NATO che “ospitiamo” a fare di noi una colonia.

Noi siamo una sorta di laboratorio, siamo cavie da esperimento e chi usa i vecchi paradigmi interpretativi novecenteschi, per analizzare questo inoppugnabile dato di fatto, è totalmente fuori pista: quei paradigmi sono obsoleti, perché parte del retaggio ideologico stantio ed inutile che li ha prodotti.

Il colonialismo prebellico è stato un colonialismo soprattutto di rapina di risorse territoriali, non serve ora fare una disamina storica che chiunque può effettuare andandosi a studiare uno qualsiasi tra le centinaia dei libri dedicati all’argomento, al contrario, il colonialismo a cui siamo sottoposti è di ben altra natura, è un colonialismo inverso, noi siamo una colonia di tipo diverso, lo siamo in modo più profondo ed, in parte, ormai radicato.

A spiegarlo diventano inutili e fuorvianti anche le farneticanti elucubrazioni pseudostoriche sull’origine del nostro essere colonia; la nostra colonizzazione è iniziata ben prima di essere una nazione, uno stato sovrano che, forse, non siamo mai stati totalmente: pedine, come altri, in uno scacchiere internazionale, a geometria molto variabile, a cui giocatori occulti, hanno suggerito e guidato mosse che si sono trasformate in storia. La storia dei perdenti, fatta di vicende tutt’ora semi-occultate, perché nel momento stesso in cui si cerca di parlarne e di far luce su certi accadimenti, si abbatte su colui che lo fa, la scure del complotto che tutto fa tacere, se non fosse che il complotto è, oggi, la più lucida delle letture della realtà…

Ma andiamo con ordine. C’era tutto l’interesse affinché si creasse un “mondo bipolare”, il bipolarismo è da sempre il marchio di fabbrica del sistema politico statunitense: due blocchi, democratici e conservatori, che recitano, a soggetto, giocando ad opporsi l’un l’altro, senza esclusione di colpi, sul palco di una finzione democratica da esportare.

Il sommo divide et impera,da cui discendono, come in un diagramma ad albero, tutti gli altri. Due blocchi dunque, reali o figurati, la cui perpetua guerra, altrettanto reale o figurata, ha funto e funge da stabilizzatore, in un perpetuo equilibrio normalizzante che recide alla base qualsiasi spinta portatrice di un qualsivoglia cambiamento. Tutto deve e può cambiare affinché tutto resti uguale, purché nulla cambi.

Gli Stati Uniti, ma potremmo parlare in linea di massima e senza banalizzare, di anglosfera, esportano “democrazia”, o meglio esportano il loro modello ideologico, il loro modello politico, sociale e culturale: il vero dominio mondiale è questo. Non hanno colonie, nel senso novecentesco del termine, perché hanno colonizzato il mondo.

Interi continenti invasi e conquistati da quello stesso modello. Laddove ci sono vere sacche di resistenza, laddove ci si oppone all’invasione, allora la guerra reale scende in campo, perché la mondializzazione non ammette nemmeno la più piccola eccezione.

The Winner Takes It All non è un simpatico motivetto musicale da fischiettare sotto la doccia o da canticchiare in macchina, è lo spirito del nostro tempo, lo Zeitgeist che tutto avviluppa in un allegorico, ma anche reale, abbraccio distruttivo che lascia dietro di sé le macerie fumanti di civiltà distrutte, rase al suolo.

Lo spirito dei vincitori che devono mostrare che tutto è fallace, che l’ideologia non esiste perché, là dove è stata applicata essa ha fallito: ha fallito il socialismo reale, ha fallito il nazional socialismo…ammesso e non concesso che questi siano mai stati realizzati. Ancora una volta non mi impelagherò in una, al momento, inutile analisi storico-teorica dell’argomento, perché andrei fuori tema ed il lettore si focalizzerebbe su un falso obiettivo, distraendosi. Questo fomenterebbe un’altra inutile divisione.

I vincitori scrivono e riscrivono, come in 1984, la storia, piegandola tanto alla loro volontà, quanto alle loro necessità e, per farlo usano qualsiasi mezzo: producono documenti, occultano, falsificano… la realtà deve diventare illusoria, fumosa, ambigua e dalle nebbie deve emergere solo ciò che Pier Paolo Dal Monte definisce il mondoide.

Vicende reali, create a tavolino o spontanee, non importa, diventano funzionali allo scopo, se ne falsificano i fini, se ne crea una narrativa ad hoc, dato il monopolio dei mezzi di comunicazione, se ne celano le origini o gli sviluppi… Tutto purché quel che è, sembri quel che deve necessariamente essere.

Uno spettro si aggirava per l’Europa, bene… nel momento in cui questo spettro cerca di incarnarsi, si farà in modo di agire così che si dimostri a tutto il mondo che è inadeguato, non tanto economicamente, l’economia è un epifenomeno sopravvalutato, ma culturalmente, socialmente, politicamente…

Nessuno gioisca, perché la stessa identica sorte, tramite modalità diverse, è toccata anche al nazionalismo, bestia altrettanto pericolosa per chi vuol distruggere ogni brandello di sovranità ed indipendenza…

La fine della storia è questa. La fine della storia avrebbe dovuto coincidere con la vittoria totale del modello liberale, il modello statunitense… No, signori, il giorno della fine non ci servirà l’economia.

Il giorno della fine sarà necessaria la civiltà, quella civiltà che, almeno nel nostro occidente, vanta più di duemila anni di storia, quella civiltà che deve disintossicarsi da tutte le scorie e le contaminazioni colonizzanti che lo hanno reso terra di nessuno, dove il nulla regna, dove la spiritualità è morta per lasciare il posto ad indefinite ricette di finta felicità immanente e precarizzante.

Un occidente ucciso da un cieco consumismo impoverente che ci obbliga a girare in un SUV, pagato a rate, anche tra le minuscole strade di città medioevali. Un misero stile di vita che ci chiede di mangiare, possibilmente in macchina o in piedi, della merda purissima che ha la forma di un cibo reale; noi che siamo i depositari di una delle culture culinarie tra le più elevate al mondo ci siamo prostrati all’immondizia, al cibo spazzatura.

Un colonialismo che vuole che la nostra lingua si impoverisca sempre di più affinché il nostro stesso pensiero si impoverisca ed allora scompare il congiuntivo, il modo dell’espressione dell’interiorità, compaiono gli anglicismi semplificanti e soppiantano la complessità linguistica, scompare il futuro, sostituito sempre più frequentemente dal presente… nulla accade per caso: il linguaggio origina il pensiero, tanto più è povero, misero, semplicistico, tanto più lo sarà il nostro pensiero.

La società statunitense è disgregata, apolide, meticcia, senza radici comuni, priva di storia, come scrisse Oscar Wilde “L’America è l’unico paese che è passato dalla barbarie alla decadenza senza aver mai conosciuto la civiltà”.

Ci sono voluti anni ma, finalmente, anche noi siamo sulla retta via! Disgregati in monadi, singoli individui al massimo accompagnati nelle nostre vite da qualche animale domestico e pieni di psicopatologie, reali o presunte, apolidi perché il tessuto sociale è stato polverizzato grazie anche ad una demolizione calcolata del tessuto economico su cui si basava il nostro paese, meticciati forzosamente dagli anni novanta, e non solo a causa degli sbarchi, fenomeno massiccio recente, ma da assurdi programmi pseudo-culturali legati alla cloaca sinistrata universitaria e scolastica in generale… restavano le radici culturali, la nostra storia: questa operazione è stata più lenta, ha richiesto più tempo per essere portata avanti.

Cancellare i nativi americani è una cosa, cancellare la culla della civiltà occidentale è ben più arduo compito. Non bastano certo quattro gomme del Ponte, qualche sigaretta o una manciata di telefonini e computer con la mela!

Questa è la conquista delle conquiste, la madre di tutte le distruzioni: rendere inutile il passato, sradicare la storia dalla nostra esistenza, sostituire la realtà reale con quella fantasma, addestrarci, formarci e conformarci ad essa, ubbidienti, mansueti e spaventati ma entusiasti, è stata una lunga marcia, progettata in ogni singolo passo e portata avanti con assoluta attenzione, quasi maniacale, anche ai più insignificanti dettagli. La trasformazione di una civiltà richiede tempo e metodo.

Politicamente è bastato trasformare le istituzioni in contenitori privi di ogni valenza e vincolarli ad una sovrastruttura fantoccio, poi distruggere qualsiasi retaggio di opposizione, fosse anche apparente, e la relativa classe politica che la incarnava, mani pulite docet, in seguito si doveva iniziare a toccare i diritti per cui ci eravamo battuti, credendoci fermamente: per mille diritti fondamentali abrogati, tolti, soppressi, ne hanno creati altrettanti falsi, ma tanto simili al vero da farli apparire come conquiste inestimabili.

Creare una falsa opposizione bipolare, su modello statunitense, ridurre il numero dei parlamentari, svuotare le elezioni di qualsiasi possibilità di reale rappresentanza, grazie a l’opera maestra del nostro meraviglioso sistema di voto, sono solo la conseguenza di questo percorso che, per essere attuato doveva passare per un Parlamento riempito di utili, insignificanti idioti presentati come progresso della politica, voce diretta del popolo.

Tutte le altre emergenze che si sono avvicendate sono solo servite a distrarre, dividere, impoverire, controllare, rassegnare, impaurire, demotivare, fragilizzare, addestrare, abituare, umiliare…

La massa ha seguito ed eseguito. La colonizzazione della culla della civiltà occidentale è quasi compiuta, restano solo opere di consolidamento e rifinitura.

Ma cosa accade in uno dei momenti più gravi della nostra storia? Si prende coscienza e si inizia un’opera di sensibilizzazione che possa, seguendo un lungo cammino disseminato di ostacoli, portare ad una lenta ricostruzione di ogni ambito della Civiltà? No, si distrugge, invece a suon di puristi vagiti pseudo intellettuali, pseudo politici, pseudo culturali. Da alleati si diventa avversari, anzi, nemici e così facendo si divide ancora di più, si opera una sorta di molecolarizzazione, utile solo al sistema che, sentitamente, ringrazia per questo aiuto insperato.

Occorre fare attenzione, a tal proposito, alla differenza che c’è tra collaborare, allearsi ed unirsi, perché, evidentemente, non sono la stessa cosa, ed è esattamente in questa differenza fondamentale che dobbiamo trovare una risposta alla drammatica situazione attuale.

Destristi e sinistrati impantanati ancora in inutili diatribe, lì ad osservarsi il pene per stabilire chi ce lo abbia più lungo, persi in onanistiche disquisizioni sul sesso degli angeli, pronti a sputare su chiunque si muova… Intanto, il nuovo colonialismo procede, inarrestato, il proprio cammino distruttivo.

È il momento di prendere coscienza della realtà e rimboccarsi le maniche, collaborando con chi condivida la nostra stessa visione del mondo e possieda degli strumenti per interpretare la complessità del reale.

Non guru, imbonitori da fiera o sfavillanti personaggetti da talk show, ma uomini e donne che abbiano visione politica, cognizione di causa e idee…

C’è molta strada da fare e molto da ricostruire perché, malgrado tutto, esistono ancora barlumi di civiltà da cui partire.

Articolo di Maria Micaela Bartolucci

Fonte: https://frontiere.me/i-paradigmi-del-nuovo-colonialismo-totalizzante/

L’ALTRA STORIA D’ITALIA (1802 - 1947)
Volume Primo
di Lamberto Rimondini

L’Altra Storia d’Italia (1802 - 1947)

Volume Primo

di Lamberto Rimondini

Questo libro è un viaggio nel tempo, e per fare davvero questo viaggio occorre lasciare a casa tutti i pregiudizi e portare con se il desiderio di comprendere come realmente agisce il potere.

Ci sono verità scomode e inaspettate, che però – se approfondite – possono dare risposta a interrogativi irrisolti del secolo scorso, per avere finalmente un quadro reale della situazione odierna.

Con l’introduzione di Diego Fusaro questo primo testo risponde alle numerose domande legate alla nostra storia.

  • Chi ha voluto e finanziato l’unità d’Italia?
  • Chi sono e da dove prevengono le migliaia di uomini che (con Garibaldi) hanno distrutto il Regno di Napoli?
  • Perché è stato distrutto il Regno delle Due Sicilie?
  • Chi ha controllato finanziariamente e politicamente il Regno d’Italia?
  • Chi ha voluto e finanziato il fascismo?
  • Da chi è stato voluto l’assassinio dell’Onorevole Giacomo Matteotti?
  • Chi ha deciso la morte di Mussolini e chi l’ha ucciso?
  • Chi ha finanziato la Resistenza in Italia?
  • Chi ha vinto il referendum del 1946?
  • Perché il trattato di pace di Parigi del 1947 ha allegati segreti?

La storia d’Italia è complessa, in quanto il nostro Paese è, geograficamente, al centro del Mediterraneo e, di conseguenza, è geopoliticamente rilevante quale confine naturale tra Africa, Europa dell’est, e quindi Asia, Medio Oriente e nord Europa.

Per questa ragione tutta geografica, quindi geopolitica, l’Italia è sempre stata controllata da chi ha avuto, ed ha, mire di dominio sul Mar Mediterraneo.

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo è un'oceano." - Isaac Newton

La storia d’Italia è complessa, in quanto il nostro Paese è, geograficamente, al centro del Mediterraneo e, di conseguenza, è geopoliticamente rilevante quale confine naturale tra Africa, Europa dell’est, e quindi Asia, Medio Oriente e nord Europa.

Per questa ragione tutta geografica, quindi geopolitica, l’Italia è sempre stata controllata da chi ha avuto, ed ha, mire di dominio sul Mar Mediterraneo.

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo è un'oceano." - Isaac Newton

«Il libro che il lettore stringe tra le mani è uno di quelli che non fanno pace con il mondo. È un testo che un tempo, prima che Il Capitale divorasse anche la Critica, si sarebbe detto “Critico”: lo è a partire dalla dedica, che si rivolge, in sostanza, a quanti sentono che anche nel tempo dell’end of history qualcosa, dopo tutto, continua a mancare.

Rimondini fa sua la nota riflessione marxiana, secondo cui la storia è sempre storia di lotte di classe: storia degli interessi delle élites dominanti, che li impongono, non di rado con metodi niente affatto idilliaci, all’intera società.

Il sistema mediatico – ha ragione Rimondini – è, nel suo complesso, l’articolato dispositivo fintamente polifonico che deve sempre di nuovo ribadire il punto di vista dei dominanti, facendo sì che esso possa imporsi anche ai dominati e assumere lo statuto di punto di vista generale.

Nuotando contro le onde della storia, come avrebbe detto Nietzsche, il nostro autore prova a ricostruire la conflittualità tra dominanti e dominati – ora aperta, ora latente – lungo il piano del suo sviluppo storico, nei suoi momenti fondamentali e nelle sue figure principali».

- Diego Fusaro -

«Uno degli aspetti più tragici del nostro rapporto con il mondo è la dimensione totalizzante assunta dal capitalismo: i padroni del vapore fanno quello che vogliono e, grazie al controllo dei media, raccontano quello che vogliono.

Le guerre scatenate per soffocare gli Stati ricchi di materie prime vengono così giustificate ipocritamente con gli alibi sempre efficaci della libertà, della difesa della democrazia, della religione, della pace minacciata, della nostra civiltà, del nostro stile di vita.
“Toglietevi gli occhiali bifocali e rivoltate anche le pietre!” – ci dice in estrema sintesi Lamberto Rimondini.

Questo, almeno, è il messaggio principale che mi sembra si possa estrapolare da questo suo libro così freddo e così passionale. Togliamoci anche noi gli occhiali bifocali, e guardiamo con i nostri occhi cosa c’è sotto i sassi. Forse sotto i sassi ci sono i lombrichi e non i tesori».

- Carlo D’Adamo -

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