I Tagli alla Sanità che ci costano migliaia di morti…

di Flaminia Camilletti

In questo clima di guerra cui siamo costretti, vi siete mai chiesti per quale motivo ci è vietato uscire di casa? Molti di voi crederanno che rimanere a casa servirà a sconfiggere il famoso Coronavirus (che poi può essere pericoloso solo per certe fasce a rischio… come lo sono moltissime altre affezioni di cui però nessuno parla… e chiediamoci una buona volta, perché…) ma, purtroppo per voi, questa non è la risposta esatta.

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Noi stiamo a casa perché i governi degli ultimi 40 anni non hanno fatto altro che smantellare uno dei sistemi sanitari miglioridel mondo, pezzo dopo pezzo. Come successo già in altri settori del nostro Welfare, l’Italia non ha fatto che copiare le politiche anglosassoni, nello specifico quelle di Margaret Thatcher, che hanno portato l’eccellente sanità britannica a diventare un business per privati.

Già nel 1989, in Italia si guardava alle riforme inglesi con interesse, considerato che i due sistemi sanitari erano molto simili tra loro, ma il vero spartiacque si ebbe ben dieci anni prima. I primi anni ’80, con l’avvento del neoliberismo di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, hanno cambiato profondamente il modo di pensare lo Stato: fino a quel momento tutti i Paesi europei ritenevano giusto che istruzione e sanità fossero tirati fuori dal mercato e gestiti dal pubblico in quanto di fondamentale interesse strategico. Questo cambiò quando si cominciò a notare che le spese per la sanità stavano lievitando.

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Rudolf Klein, professore di Harvard, esperto in amministrazione pubblica e sistemi sanitari, ha riportato che, nel periodo intercorso tra il 1960 e il 1990, nei 29 Paesi più industrializzati appartenenti all’Ocse, la spesa sanitaria mediana pro capite era passata da 66 a 1.286 dollari, mentre la mediana della percentuale della spesa sanitaria sul Pil passava, nello stesso periodo, dal 3,8 al 7,2%. Con questa spinta è stato facile convincere i governi e l’opinione pubblica che fosse necessario un cambiamento drastico.

Si è utilizzata la crisi economica per attaccare l’universalismo dell’assistenza sanitaria e si continua a farlo tutt’oggi, in quasi tutto il mondo. Nel nostro Paese intaccare ogni anno, in ogni manovra finanziaria, la spesa per la sanità non ha fatto altro che mettere in ginocchio il settore, portando alla chiusura di centinaia di ospedali e di migliaia di reparti in tutta Italia.

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Nel 2018, Giacomo Galeazzi, per La Stampa, scriveva dell’austerity sanitaria: la politica era quella di chiudere i piccoli ospedali in tutto il territorio, lasciando solo ai grandi la gestione di tutti i malati. Un esempio tra mille dei danni che hanno portato queste politiche, è la storia di un uomo del Molise che, a soli 47 anni, ha perso la vita perché, prima di trovare una Tac funzionante, ha dovuto girare tre ospedali diversi. Di contro, come ovvio che fosse, accanto alla chiusura delle strutture pubbliche hanno cominciato a proliferare cliniche private, centri diagnostici e laboratori privati.

Solo a Roma negli ultimi anni sono stati chiusi Forlanini, Nuovo Regina Margherita e San Giacomo, tre eccellenze che non hanno resistito all’austerity della sanità, mentre oggi si paga cara la mancanza di posti letto in terapia intensiva e nei reparti. Di questi giorni è la notizia che, in alcuni ospedali, a causa del Covid-19, si è costretti a scegliere chi intubare e chi no, per la mancanza di risorse. Dal 1980 al 2013 i posti letto in terapia intensiva in Italia sono passati da 922 a 275 ogni 100 mila abitanti. Riduzione drastica avvenuta in tutta Europa su forte spinta della Commissione europea che, tra il 2011 e il 2018, ha emanato 63 raccomandazioni di tagli alla spesa sanitaria ai Paesi membri (e chiediamoci finalmente cosa sia veramente questa Europa di mostri).

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Eppure Emma Bonino, leader di +Europa, già dai primi contagi ha dichiarato che il sistema sanitario non può rimanere nelle mani degli Stati nazionali, ma che deve essere affidato all’Europa, essendo un’emergenza transfrontaliera. Sappiamo come risolverebbe la questione, avendo già proposto la totale privatizzazione dei sistemi sanitari con la vecchia cara scusa dell’efficienza del privato.

In Italia, per rispondere ai decessi causati dal Coronavirus (tra l’altro molto spettacolarizzati… mentre non ci fanno vedere quelli che oggi stanno morendo per tutte le altre patologie, perché in questo caos non riescono più a ricevere cure… tutte le risorse vengono spostate sul coronavirus), le uniche misure prese con convinzione, sono state quelle di limitare le nostre libertà personali, mettendo i cittadini letteralmente agli “arresti domiciliari”: chi “evade” rischia una condanna penale.

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In trattativa, invece, la possibilità di adibire l’ex Fiera di Milano a ospedale di emergenza. Nel frattempo la Spagna, che con le vittime e i contagi ci sta raggiungendo, non perde tempo e requisisce la sanità privata: le aziende con materiale sanitario hanno 48 ore di tempo per informare l’esecutivo su cosa hanno a disposizione. Inoltre, le comunità autonome, che equivalgono alle nostre regioni, avranno carta bianca per far fronte all’emergenza, evitando inutili battibecchi.

Articolo di Flaminia Camilletti

Rivisto da Conoscenzealconfine.it

Fonte: https://www.lintellettualedissidente.it/cartucce/coronavirus-tagli-alla-sanita-europa-spagna-strutture-private/

Libri e varie...
LA FINE DELLA SOVRANITà
Come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli
di Alain De Benoist

La Fine della Sovranità

Come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli

di Alain De Benoist

Una vera e propria dittatura del denaro sta pian piano assumendo il controllo,

togliendo ai Popoli la loro sovranità.

La crisi attuale è caratterizzata dalla completa estraneità della finanza di mercato rispetto all'economia reale, dato che ha causato un indebitamento generalizzato, che ha ormai raggiunto livelli inediti.

La prima conseguenza "naturale" è stata affidare il potere politico ai rappresentanti di Goldman Sachs e di Lehman Brothers, le più grandi potenze finanziarie mondiali, ma inutilmente, poiché la creazione di capitale-denaro fittizio non è più in grado di risolvere il problema.

Ecco quindi che l'Unione europea estrae dal cilindro due nuove "soluzioni": il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance (TSCG) che equivalgono in sostanza a un totale esproprio di ciò che rimaneva della sovranità degli Stati.

I parlamenti nazionali, subalterni e complici, si vedono sottrarre il potere di decidere le entrate e le uscite dello Stato, ruolo ormai trasferito alla Commissione europea.

In questo modo l'intera Europa viene posta sotto la tutela di una nuova autorità, priva di qualsiasi legittimità democratica, che assegna il potere ai mercati finanziari rendendoli completamente liberi di imporre ai popoli il proprio volere.

Indice

Prefazione
La crisi strutturale della forma-capitale e la sovranità

Capitolo 1- La fine del mondo c'è stata, eccome!

Capitolo 2 - Mondializzazione, Demondializzazione

  • La mondializzazione, lo stadio supremo dell'espansione del capitale

Capitolo 3 - Il Debito infinito

Capitolo 4 - Crisi finanziaria: a che punto siamo?
Il MES, un impegno irrevocabile

  • Con la condiscendenza degli eletti socialisti
  • Istituzionalizzata la delazione fra Stati
  • Una rinegoziazione fantasma
  • Un "colpo di Stato europeo"
  • La macchina per ricattare
  • La "follia" della politica di austerità

Capitolo 5 - Il mito dei Mercati Efficienti

  • Una vera marcia verso la miseria
  • Il punto di rottura
  • L'illusorio obiettivo "deficit zero"
  • L'uscita dall'euro è una soluzione?
  • L'industria finanziaria alla conquista del potere
  • La "economia pura" non esiste
  • Le credenze liberali
  • Per un protezionismo europeo

Capitolo 6 - Sfiducia ovunque, speranza da nessuna parte?

Capitolo 7 - Il "Grande Mercato Transatlantico": un'immensa minaccia

Capitolo 8 - La Mondializzazione come ideologia

Capitolo 9 - Miserere dell'Altermondialismo

Appendice

  • Piccola genealogia del Patto di bilancio europeo
  • La sovranità popolare violata
  • Mercato comune o mercato interno?
  • Banche centrali senza controllo democratico

Estratto dal Libro - L'uscita dall'euro è una soluzione?

La decisione dei dirigenti della Commissione europea e della Bce di aiutare i Paesi in difficoltà – aggiungendo però all'aiuto delle condizioni, che in realtà ne aggraveranno la situazione – consiste nello "stabilizzare il sistema pur mantenendo intatti i suoi catastrofici funzionamenti interni", come scrive Frédéric Lordon, il quale aggiunge:

"Eccoci dunque entrati in quello che potremmo chiamare un regime di austerità sub-atroce. […]

Le popolazioni, che avevano ormai solo le speranze paradossali del peggio, cioè la prospettiva di farla finita con le loro sofferenze, grazie al crollo endogeno della costruzione europea, […] ripiomberanno in pieno nell'aggiustamento strutturale senza nemmeno il soccorso delle contraddizioni europee, temporaneamente contenute dalla Bce, e la cui divergenza costituiva il solo modo per mettere un termine alle loro prove. […]

Per finire, la chiusura di fortuna della breccia da parte della Bce lascia l'austerità come unico orizzonte"

La crisi attuale, innanzi tutto, è una crisi del debito o una crisi dell'euro?

A nostro avviso, è in primo luogo una crisi del debito, ma è evidente che le condizioni in cui l'euro è stato creato l'hanno notevolmente aggravata, volendo ignorare le disparità economiche tra i Paesi chiamati ad applicarlo; tuttavia, nelle sue radici più profonde, essa non è stata fondamentalmente provocata dall'indebitamento pubblico, che ne è stato solo la conseguenza.

Come ha di recente fatto notare un collettivo di circa centoventi economisti, l'aggravamento dei deficit pubblici è in realtà il risultato:

"della caduta delle entrate fiscali dovuta in parte ai regali fiscali fatti ai più agiati, dell'aiuto pubblico concesso alle banche commerciali e del ricorso ai mercati finanziari per trattenere quel debito a tassi d'interesse elevati. La crisi è inoltre spiegabile con la totale assenza di regolamentazione del credito e dei flussi di capitali a spese dell'impiego, dei servizi pubblici e delle attività produttive"

Infine, come ha innumerevoli volte sottolineato Jacques Sapir, è una crisi di competitività, aggravata dagli effetti perversi dell'euro, che si è tradotta nell'aggravamento dei deficit commerciali, nella scomparsa di interi settori dell'attività industriale, nella moltiplicazione dei "piani sociali" e delle distruzioni di posti di lavoro.

Uscire dall'euro è la soluzione?

Questa è ormai l'opinione di Emmanuel Todd e, da più tempo, quella di Jacques Sapir, per il quale l'unico scopo del TSCG è quello di "rendere credibile la politica di salvataggio dell'euro".

Noi ci andremo un po' più piano.

L'uscita dall'euro permetterebbe certamente una svalutazione, che a sua volta renderebbe possibile un calo "senza dolore" dei costi salariali, ma un siffatto modo di agire ha senso solo se lo si assume in modo concertato, al fine di consentire un ritorno alle monete nazionali, che vada di pari passo con il mantenimento di una moneta comune riservata agli scambi internazionali.

Orbene, è chiaro che nessuno, oggi, desidera una simile soluzione. Tutto dimostra che i dirigenti dell'Unione europea sono anzi pronti a qualunque cosa, anche al peggio, pur di non toccare l'euro.

La stessa Grecia, che pure forse alla fine sarà costretta a uscirne, sta facendo di tutto per evitare un ritorno alla dracma. La Germania, dal canto suo, vuole impedire ai Paesi mediterranei di uscire dall'euro, perché sa che ciò le costerebbe più di quanto le farebbe guadagnare, ma logicamente non vuole neanche essere la mucca da mungere dei Paesi del Sud; per questo, è la prima a battersi a favore di un controllo rigoroso della spesa pubblica all'interno della zona euro.

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