di Elisabetta Burba e Giulia Contini
Nella culla del Cristianesimo, la comunità millenaria è finita ai margini. Dalle provocazioni agli attacchi contro chiese e sacerdoti, cresce l’ostilità contro i cristiani in Israele.

I dati dei centri di monitoraggio raccontano un fenomeno in aumento, mentre la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta nel corso di un secolo: dal 9,6% della Palestina mandataria nel 1922 all’attuale 1,9% in Israele. Fra pressioni sociali, tensioni politiche e limiti alla libertà religiosa, una comunità che da 2 mila anni custodisce i luoghi più sacri della Cristianità sta perdendo terreno.
“Sì, sputano anche a me. Tutti i giorni”. Il vescovo serbo-ortodosso Jovan Ćulibrk lo racconta senza enfasi, quasi fosse un fatto di routine. Profondo conoscitore di Israele, dove ha vissuto per otto anni studiando e lavorando allo Yad Vashem, il vescovo di Pakrac, in Croazia, è appena rientrato da Gerusalemme. Per l’alto prelato, gli sputi contro i cristiani non sono episodi isolati, ma rientrano nella routine. “Ricevere sputi è parte della vita quotidiana di ogni cristiano in Terra Santa” spiega Jovan Ćulibrk, che peraltro è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. “Specialmente di chi indossa abiti clericali, che lo identificano in modo inequivocabile”.
Gli sputi – un gesto di disprezzo rivolto spesso a terra, davanti ai religiosi, più che addosso a loro – sono la manifestazione immediata di un fenomeno molto più ampio. Il caso che ha attratto l’attenzione internazionale risale al 28 aprile scorso: sul Monte Sion, nei pressi del Cenacolo, una suora francese di 48 anni è stata spinta a terra e presa a calci in testa da un colono israeliano. (foto sopra)
Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza hanno fatto il giro del mondo e il giorno successivo l’aggressore è stato arrestato. Ma, secondo le organizzazioni che monitorano la libertà religiosa in Israele, quell’aggressione non rappresenta un caso isolato: è il sintomo più evidente di un clima di ostilità che da anni colpisce la minoranza cristiana della Terra Santa.
A documentare questa escalation è il Religious Freedom Data Center, organizzazione indipendente fondata a Gerusalemme nel 2023 dalla studiosa Yiscah Harani, un’ebrea israeliana, insieme a esponenti delle Chiese cristiane. Pur basandosi solo sulle segnalazioni ricevute – e quindi su dati per forza incompleti – il centro ha registrato nel 2025 181 episodi: circa il 60% riguardava sputi, il 18% insulti e abusi verbali, il 12% atti di vandalismo e il 5% aggressioni fisiche.
Nei primi sei mesi del 2026 gli episodi documentati sono già 120, di cui 83 avvenuti tra i mesi di aprile e giugno. Gli stessi ricercatori precisano che il fenomeno reale è probabilmente più ampio, poiché molti episodi non vengono denunciati e il monitoraggio riguarda soprattutto Gerusalemme.
Valutazione condivisa anche dal Rossing Center for Education and Dialogue, centro fondato 20 anni fa per promuovere il dialogo interreligioso in Israele, in cui operano anche musulmani. “Gli incidenti registrati rappresentano solo una frazione di quelli effettivamente avvenuti, la punta dell’iceberg della realtà quotidiana sul terreno”, si legge nell’ultimo rapporto dell’organizzazione, che conta su una rete di contatti istituzionali più estesa rispetto all’altro centro.
Nel 2025, il Rossing Center ha documentato 61 aggressioni fisiche, in gran parte contro membri del clero, e 52 attacchi contro proprietà ecclesiastiche. In alcune aree della Città Vecchia, in particolare sul Monte Sion e nel Quartiere armeno, sacerdoti e religiosi rischiano abitualmente di essere insultati, minacciati o aggrediti. Il 16 aprile scorso, ad esempio, un monaco cattolico è stato apostrofato con l’urlo “Fuori dal Paese”, mentre a un ragazzo presente è stato ordinato di dirgli: “Che tu possa morire”.
L’allarme, però, non arriva soltanto dai centri di monitoraggio. Già nel 2022 il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, aveva denunciato in un articolo sul Times di Londra un clima sempre più ostile nei confronti della presenza cristiana nella Città Santa.

“Le nostre chiese sono minacciate da gruppi radicali di ultranazionalisti israeliani”, scriveva Teofilo III. “I nostri fratelli e sorelle sono vittime di crimini d’odio, le chiese vengono regolarmente profanate e vandalizzate e il clero è sottoposto a continue intimidazioni. L’obiettivo di questi gruppi è spegnere la presenza cristiana nella Città Vecchia“.
Gli sputi si registrano in pieno giorno e spesso davanti alle forze dell’ordine, rimanendo per lo più impuniti. L’aumento delle violenze fisiche e verbali, insieme agli attacchi ai siti religiosi, ha creato non poche preoccupazioni riguardo al futuro della comunità cristiana in Terra Santa. Il clima di intimidazione incide ormai sulla vita quotidiana della comunità.
Secondo il Rossing Center, il 42% dei cristiani di Gerusalemme dichiara di aver paura di mostrare in pubblico la croce che porta al collo. Lo stesso timore riguarda anche molti membri del clero, riconoscibili dall’abito talare e quindi più esposti ad aggressioni e molestie. La paura, dunque, non riguarda soltanto i fedeli laici, ma anche i rappresentanti religiosi.
Le tensioni tendono ad aumentare durante le principali festività religiose, ebraiche e cristiane. Quest’anno, la situazione si è aggravata ulteriormente a causa delle restrizioni imposte dalle autorità israeliane alle celebrazioni della Settimana santa cattolica e della cerimonia ortodossa del Fuoco sacro.
Secondo diversi esponenti delle Chiese cristiane, le restrizioni contribuiscono ad alimentare un clima di marginalizzazione e vengono percepite come una forma di discriminazione istituzionale. Come ha detto la monaca ortodossa Agapia Stephanopoulos l’11 agosto 2025 durante un’intervista al The Tucker Carlson Show, i cristiani palestinesi “sono i primi cristiani, i cristiani del tempo di Cristo. Ed è molto difficile per loro praticare la fede”.
Le festività pasquali del 2026 hanno rappresentato uno dei momenti di maggiore tensione. La Basilica del Santo Sepolcro è rimasta chiusa per 40 giorni prima della Pasqua, rendendo impossibile celebrare la messa. Il 22 marzo, è stata cancellata la tradizionale processione dal Monte degli ulivi. Il 29 marzo è stato impedito l’accesso al Patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode del Santo Sepolcro, vietando per la prima volta dopo secoli di celebrare la messa della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro.
Poi è stata vietata anche la processione della via Crucis attraverso la via Dolorosa, la stessa percorsa da Gesù con la Croce. Infine, durante la giornata dell’11 aprile, il giorno della cerimonia del Fuoco Sacro, le forze israeliane hanno trasformato la Città Vecchia in un’area fortemente militarizzata, con posti di blocco e restrizioni al percorso, impedendo l’entrata a vari pellegrini, sempre per motivi di sicurezza.
Già, le autorità israeliane hanno motivato le loro limitazioni con ragioni di sicurezza. Secondo esponenti delle Chiese cristiane, però, tali restrizioni incidono pesantemente sulla libertà di culto della popolazione locale, soprattutto dei cristiani palestinesi.
Le ragioni dell’aumento delle aggressioni sono oggetto di interpretazioni diverse. Alcuni osservatori richiamano il peso della memoria storica delle persecuzioni antiebraiche in Europa. Altri sottolineano la dimensione nazionale del conflitto, ricordando che la maggioranza dei cristiani israeliani appartiene alla comunità palestinese. Altri ancora collegano il fenomeno alla crescente influenza dell’ultranazionalismo religioso nella politica israeliana, un clima che secondo alcuni osservatori trova eco anche in episodi controversi legati alle operazioni militari, come la vicenda della distruzione della statua di Gesù in Libano.
Gran parte degli episodi documentati vengono attribuiti a esponenti dell’area Hardal, corrente dell’ebraismo religioso che combina ortodossia rigorosa e nazionalismo radicale. Secondo un’indagine citata dal Religious Freedom Data Center, circa il 74% degli appartenenti a questo orientamento ritiene che i membri del clero cristiano non dovrebbero risiedere all’interno di Israele.
Negli ultimi anni, queste posizioni hanno trovato una crescente rappresentanza politica attraverso alcune formazioni di estrema destra nazionalista presenti nella Knesset. Tra queste vi sono il Partito sionista religioso guidato da Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, e il partito Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, entrambi componenti della coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu.
Proprio Ben-Gvir, in un’intervista del 2023, aveva sostenuto che gli sputi contro i cristiani non dovessero essere considerati un reato, definendoli parte di un’ “antica tradizione ebraica“, che non dovrebbe essere riconosciuta come un crimine.
Inoltre le Chiese locali denunciano una crescente difficoltà nel far arrivare la propria voce nel dibattito internazionale. Gli appelli dei patriarchi e dei responsabili delle comunità di Gerusalemme trovano raramente spazio sui giornali e sulle televisioni internazionali. “Il cardinale Pizzaballa stila di continuo comunicati stampa, ma i media non li riprendono quasi mai” osserva sconsolato padre Giulio Albanese, missionario comboniano ed editorialista dell’Osservatore Romano.
Articolo di Elisabetta Burba e Giulia Contini




































