Sioux, gli ultimi indiani d’America

di Alessio Vissani

Io da piccolo stavo con gli indiani, mio nonno leggeva Tex e nei film western provavo una sorta d’impotenza quando vedevo i nativi presentati come sanguinari assassini, come dei selvaggi che bramavano scalpi e pelli di bisonte in ogni situazione.



La verità, però, l’ho trovata qualche anno dopo, quando ho calcato le stesse terre calpestate dai Lakota, diretti discendenti di grandi capi come “Toro Seduto” e “Cavallo Pazzo”.  

Le colline e le immense praterie che costeggiano la grande statale 73 del South Dakota, affondano in una terra che ha sepolto milioni di bisonti e di uomini rossi. Cosa è rimasto, oggi, dei leggendari indiani d’America? Forse qualche murales nelle nuove città come Rapid City, qualche opera d’arte che ricorda i grandi visi dei capi Sioux che dominavano le praterie…

Gli indiani di oggi, i Lakota Sioux, sono ancora una ferita aperta nella coscienza degli americani e del governo che, in pratica, fa finta che non esistano. Per gran parte dei “bianchi”, infatti, i nativi hanno rappresentato un vero e proprio ostacolo alla nascita del grande Stato, all’arricchimento con l’oro delle Black hills, allo sfruttamento della terra, arrivando fino alla ferrovia e al progresso in genere.

Lasciati vagabondare nelle riserve con il sussidio statale come sorta di premio, ma si tratta solo di un escamotage, gli 8000 Lakota (secondo gli ultimi censimenti) delle nazioni Mnikówožu, Itázipčho, Sihásapa e Oóhenuŋpa cercano di resistere in ogni modo.

Nelle sei riserve del Sud Dakota, la vendita deglialcolicie il gioco d’azzardo sono vietati ma, appena si varca il confine, puntualmente spuntano come funghi i casinò, creati inizialmente per attirare i “bianchi” e che ben presto si sono trasformati in un altro luogo di perdizione per i nativi, che acquistano liquori e tanto altro ancora. 



Dopo più di 125 anni, massacri come quello di Wounded Knee sono ancora vivi nella memoria degli indiani. Le ferite non si sono mai rimarginate, in ogni quartiere sventolano bandiere delle rivolte degli anni ’70 e la sofferenza in riserva si vede ovunque: occhi spenti e consumati dall’alcool e dalle droghe, corpi diventati obesi sotto i colpi del diabete e di alimentazioni errate. E, in questo tragico elenco della sofferenza, moltissime donne abusate. Nonostante la disperazione tocchi sempre più i Sioux, s’intravede una silenziosa resistenza fatta da chi crede fortemente nei valori della spiritualità.

Un popolo invisibile che, per sua fortuna, mantiene viva la tradizione e la storia vivendo in pieno rispetto con la Madre Terra. Ci sono storie incredibili di famiglie che nelle tradizioni dei loro avi, ricreano un presente tramandando i valori delle tribù che popolavano le praterie; c’è Richard Giago, tra i migliori costruttori di archi e frecce, che gestisce un ranch dove ha imparato a tirare con l’arco in corsa e a fare ippoterapia insieme ai più giovani; c’è Julee Richard che, con il suo pick-up, organizza ronde per arginare il commercio di metanfetamina nella riserva di Pine Ridge; c’è Joe Brings Plenty che, con la sua palestra di boxe a Cheyenne River, alleva nuovi guerrieri e, soprattutto, toglie i giovani dalla strada e insegna loro le basi dell’etica sportiva unita alla spiritualità.

Vedi quel bosco? Ci sono decine di alberi che vivono fianco a fianco e nessuno di loro obbliga l’altro a divenire quercia o abete. Nessun albero con le proprie radici cerca di farsi largo con gli alberi vicini seppur diversi. Nella natura non c’è il concetto di diverso”. Moses Brings Plenty – medicine man della tribù di Cherry Creek di Cheyenne River (South Dakota – 2015).

E proprio la spiritualità rappresenta l’unico modo per contrastare questo declino dei Sioux: i riti, il passato e le preghiere sono la loro chiave per il futuro. Vivere in pieno contatto con i quattro elementi, dormire su un tepee durante la settimana sacra, ascoltare gli anziani, cantare e pregare intorno al fuoco. La “danza del sole” con i sacrifici e le capanne sudatorie sono tradizioni che i Lakota cercano di mantenere vive, proprio per non disperdere questo tesoro da tramandare.

Il giovane Moses Brings Plenty e suo fratello Joe, sono convinti che questa rinascita non debba essere limitata solo al popolo Lakota, ma offerta a tutti coloro che vogliono veramente cambiare il loro stile di vita, tornando alla circolarità della natura: Dobbiamo imparare di nuovo a essere una comunità, a vivere e pensare come una comunità, dove le persone si aiutano l’una con l’altra, senza la smania di primeggiare. Le bellezze sono tutte intorno a noi, basta sedersi sotto a un albero e ascoltare il rumore della natura”.

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/sioux/

MI CHIAMO BISONTE CHE CORRE
di Enzo Braschi

Mi chiamo Bisonte Che Corre, più che l'autobiografia dell'autore, è il percorso di un uomo da un mondo - il nostro -, fatto di gretto materialismo, egoismo, spirito di competizione, brutale cinismo e individualità, a un altro - quello dei Nativi americani -, fondato sulla correlazione, l'amore e il rispetto per ogni forma di vita.
 In tal senso, Enzo Braschi racconta la sua infanzia povera ma dignitosa, le sue prime esperienze nel mondo dell'arte, gli anni della dura gavetta dolorosamente vissuti al fine di raggiungere la propria affermazione nell'ambiente dello spettacolo, fino alla presa di coscienza di un sempre più crescente vuoto e disagio personali che riesce a gettarsi dietro le spalle solo attraverso l'amore per l'antica cultura dei Nativi americani, i cosiddetti Indiani, prima imparandola sui libri, quindi vivendola sul "campo", partecipando a sacre cerimonie che gli svelano la loro profonda spiritualità che per sempre cambierà la sua vita.
 Mi chiamo Bisonte Che Corre è dunque la storia toccante, poetica, commovente, ma soprattutto vera, di un nuovo Ulisse prepotentemente spinto a fare ritorno alla sua casa, le sue radici, la sua patria, non più Itaca, ma quella che i Lakota Sioux, i Cheyenne, i Blackfoot, gli Apaches, gli Hopi, e via dicendo, chiamano semplicemente la "nostra sacra Madre Terra"....

Mi Chiamo Bisonte che Corre

di Enzo Braschi

Mi chiamo Bisonte Che Corre, più che l'autobiografia dell'autore, è il percorso di un uomo da un mondo - il nostro -, fatto di gretto materialismo, egoismo, spirito di competizione, brutale cinismo e individualità, a un altro - quello dei Nativi americani -, fondato sulla correlazione, l'amore e il rispetto per ogni forma di vita.

In tal senso, Enzo Braschi racconta la sua infanzia povera ma dignitosa, le sue prime esperienze nel mondo dell'arte, gli anni della dura gavetta dolorosamente vissuti al fine di raggiungere la propria affermazione nell'ambiente dello spettacolo, fino alla presa di coscienza di un sempre più crescente vuoto e disagio personali che riesce a gettarsi dietro le spalle solo attraverso l'amore per l'antica cultura dei Nativi americani, i cosiddetti Indiani, prima imparandola sui libri, quindi vivendola sul "campo", partecipando a sacre cerimonie che gli svelano la loro profonda spiritualità che per sempre cambierà la sua vita.

Mi chiamo Bisonte Che Corre è dunque la storia toccante, poetica, commovente, ma soprattutto vera, di un nuovo Ulisse prepotentemente spinto a fare ritorno alla sua casa, le sue radici, la sua patria, non più Itaca, ma quella che i Lakota Sioux, i Cheyenne, i Blackfoot, gli Apaches, gli Hopi, e via dicendo, chiamano semplicemente la "nostra sacra Madre Terra".

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