Scienza o Propaganda?

di Redazione Assis

Come l’industria ha trasformato la ricerca in un’arma e il dissenso in un crimine.

In Italia siamo abituati a pensare che “la scienza” sia una sorta di entità neutrale, superiore, immune da pressioni e condizionamenti ma la realtà è molto meno rassicurante. Oggi la scienza non è minacciata da chi fa domande, bensì da chi impedisce che vengano poste. 

Perché quando non si possono controllare i dati, discutere le prove o mettere in discussione le versioni ufficiali senza subire attacchi, non siamo più nel campo della scienza. Siamo nella propaganda.

Un Sistema Costruito sulla Dipendenza dall’Industria

Università, ospedali, fondazioni, centri di ricerca italiani: tutti competono per ottenere finanziamenti privati; è la conseguenza di anni di tagli alla ricerca pubblica.
Il risultato? Non è l’industria che si adatta alla scienza, è la scienza che si adatta all’industria. 

E così ciò che si studia, ciò che si pubblica, e ciò che si deve tacere dipendono spesso da chi paga. Non è un’opinione: è la semplice mappa dei flussi economici.

Un esempio clamoroso riguarda i farmaci per abbassare il colesterolo. I dati grezzi dei principali studi clinici non sono mai stati resi disponibili eppure linee guida, protocolli e campagne di prevenzione italiane si basano proprio su quelle analisi inaccessibili. 

La regola è semplice: controlli i dati, controlli la verità

Negli Stati Uniti il meccanismo porta un nome: user fees, “tasse pagate dalle aziende” ai regolatori per velocizzare l’approvazione dei farmaci. In Australia la TGA vive quasi interamente di fondi privati. Ed è ingenuo pensare che in Italia sia tutto diverso: anche l’AIFA dipende in parte dalle stesse aziende che dovrebbe valutare e, se necessario, fermare. 

Lo schema è sempre quello: politiche di “fast track” (corsia accelerata), studi più brevi, prove più deboli, controlli post-marketing quasi simbolici. Basta ribattezzare tutto con la parola “innovazione” e la critica viene zittita. 

Negli anni siamo stati bombardati dalla narrativa secondo cui la depressione deriverebbe da un “squilibrio chimico” del cervello. Questa teoria – nata negli USA come slogan pubblicitario più che come risultato di solide prove – è stata ripetuta in Italia da giornali, associazioni, clinici, eppure oggi le ricerche più robuste mostrano che non esistono prove consistenti di una carenza di serotonina come causa primaria della depressione. Nonostante questo, il consumo di antidepressivi in Italia è esploso. 

È un caso da manuale di come il marketing diventi “missione sanitaria” semplicemente ripetendo una formula rassicurante.

La Censura Elegante: Non ti Arrestano… ti Silenziano

Oggi non serve minacciare fisicamente uno scienziato per metterlo a tacere, esistono strumenti molto più raffinati:

fact-checker che non verificano, ma delegittimano,
– comitati editoriali che ritirano studi non perché falsi, ma perché scomodi,
accuse generiche di “disinformazione” rivolte a chi fa domande,
esclusioni dai tavoli istituzionali,
campagne mediatiche costruite ad arte.

Il termine fact-checking, che in teoria significa “verifica dei fatti”, è diventato spesso “controllo del dibattito”. È l’uso politico della scienza travestito da tutela della scienza. 

In Italia lo abbiamo visto: studi critici vengono ritirati; opinioni divergenti vengono trattate come minacce alla sicurezza pubblica; il contraddittorio diventa sospetto. 

All’estero un esempio eclatante è il caso Covaxin, dove una casa farmaceutica ha querelato gli autori di uno studio scomodo. Da noi, più silenziosamente, diversi ricercatori hanno perso spazi, finanziamenti o incarichi dopo aver chiesto trasparenza sui dati – soprattutto su farmaci nuovi o vaccini recenti. 

Il messaggio è universale, anche in Italia: non disturbare il manovratore.

Il vero cuore del problema è che nessuno paga mai. Quando un farmaco si rivela pericoloso o inefficace, quando un dispositivo causa danni, quando linee guida si basano su prove fragili, le conseguenze cadono sempre sui cittadini.

I dirigenti che hanno nascosto rischi o venduto certezze illusorie non perdono il posto: spesso vengono promossi. È il modello perfetto: profitti privati, perdite pubbliche.

Come usciamo da questo incubo? Non con slogan, né con “giornate della trasparenza”. Servono riforme concrete: 

  1. Accesso obbligatorio ai dati grezzi di ogni studio clinico finanziato anche solo in parte con denaro pubblico. 
  2. Agenzie regolatorie finanziate al 100% dallo Stato, senza contributi aziendali.
  3. Protezione per ricercatori indipendenti e denunce tutelate.
  4. Stop alle porte girevoli tra industria, enti regolatori e università. 
  5. Responsabilità penale individuale per chi occulta dati di sicurezza.

E serve soprattutto una rivoluzione culturale: accettare che la scienza vive del conflitto, non del consenso; della critica, non della fedeltà; del dubbio, non della reverenza.

La scienza non è un altare e il consenso non è una prova. La scienza smette di essere scienza quando dire ciò che si vede diventa più pericoloso che diffondere ciò che conviene. Ed è esattamente là che ci troviamo oggi.

Articolo della Redazione Assis

Fonte: https://www.assis.it/scienza-o-propaganda/

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In forma senza dieta
di Chiara Manzi

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