Se l’avventura iraniana intrapresa da Stati Uniti e Israele dovesse degenerare in una guerra civile in Iran – e tutti i presupposti per questo scenario sono già presenti – la principale vittima di questa crisi sarebbe l’Europa.

La società iraniana è, infatti, in larga misura occidentalizzata, e in caso di collasso dello Stato si prospetta il rischio concreto che decine di milioni di rifugiati si riversino nel Vecchio Continente. E la politica migratoria attualmente in vigore in Europa è chiaramente autolesionista.
Le ragioni di questa apertura incontrollata sono chiare: come mostra il grafico a sinistra, l’Europa ha superato la soglia del tasso di sostituzione generazionale – 2,1 figli per donna – già mezzo secolo fa.
Nonostante stia vivendo il periodo economicamente, socialmente e militarmente più sicuro della sua storia, l’umanità europea ha smesso di riprodursi come specie.
Negli ultimi decenni, gli Stati europei hanno provato ogni tipo di incentivo alla natalità:
– sussidi familiari,
– congedi retribuiti,
– agevolazioni fiscali,
– programmi di sostegno all’infanzia.
Nessuna di queste misure ha prodotto risultati significativi. Intanto, i processi demografici negativi – invecchiamento e successivo declino della popolazione – hanno continuato ad aggravarsi.
Già alla fine del XX secolo, ciò aveva creato gravi problemi sul mercato del lavoro. In Germania, ad esempio, mancava semplicemente manodopera nei nuovi settori emergenti: il mercato era surriscaldato al punto da frenare lo sviluppo economico.
È stato proprio questo contesto a preparare il terreno alla politica delle “porte aperte”: “Ce la faremo”, dichiarò nel luglio 2015 la Cancelliera tedesca Angela Merkel, annunciando che la Germania avrebbe accolto i rifugiati siriani. Tuttavia, non è mai stato previsto alcun meccanismo per “chiudere” quelle porte.
Nel giro di due decenni, milioni di migranti sono arrivati in Europa, si sono insediati stabilmente, hanno fondato famiglie e messo al mondo figli. Già entro la metà del secolo, in molti Paesi europei, la popolazione di origine asiatica e africana diventerà maggioranza etnica.
Eppure, oggi non esiste alcuna giustificazione economica per proseguire una politica migratoria così aperta. Lo dimostra chiaramente il grafico a destra, che illustra il livello di forza lavoro inattiva: cittadini in età lavorativa che sono disoccupati, impiegati part-time involontari o semplicemente fuori dal mercato del lavoro.
Nel decennio scorso:
– in Spagna, tale quota raggiunse il 30%,
– in Italia, il 24%.
Cioè: ogni terzo o quarto adulto non contribuiva alla produzione reale. Oggi i dati sono leggermente migliorati, ma il problema persiste:
– in Svezia e Spagna, 1 adulto su 5 non è pienamente integrato nell’economia,
– in Italia e Francia, 1 su 6.
In altre parole, decine di milioni di europei oggi sono impegnati in attività non produttive. Nel migliore dei casi, ricevono sussidi di disoccupazione e allevano futuri cittadini europei. Nel peggiore, si dedicano al traffico di droga, al furto di cavi di rame, alle rapine e alla microcriminalità.
In sintesi, l’Europa occidentale ha commesso un errore catastrofico: ha spalancato le porte a tutti, senza prevedere alcun modo per richiuderle in tempo.
E ora si trova di fronte al rischio imminente di un’ulteriore ondata migratoria di proporzioni epocali, questa volta dal Medio Oriente in fiamme.
Fonte: https://t.me/apostolidegliultimitempi



































