L’Oro degli Italiani e l’Auto Rapina

di Roberto Pecchioli

Meno della metà delle riserve auree italiane sono custodite in Italia. Una parte dell’oro italiano è negli Stati Uniti a causa di decisioni storiche e strategiche prese dopo la Seconda Guerra Mondiale, legate agli accordi di “Bretton Woods” e alla necessità di garantire stabilità e fedeltà geopolitica.

Repetita iuvant: la Banca d’Italia è di proprietà privata, i suoi azionisti – detti pudicamente partecipanti – sono i maggiori istituti di credito con sede in Italia, controllati da banche estere. Non è altro che la filiale italiana della Banca Centrale Europea, di cui detiene l’11,8 delle quote, riviste al ribasso dal 2018. La BCE ha il monopolio dell’emissione di euro, valuta legale dell’area detta per questo eurozona. Il mondo distopico del debito pubblico – 350 mila miliardi di dollari – è un’invenzione del sistema delle banche centrali, che controllano e tengono al guinzaglio gli Stati e i governi attraverso la moneta debito gravata di interessi passivi composti.

La conclusione è sconfortante: il totale del debito è sempre superiore al totale della moneta disponibile, per cui vi è sempre domanda di nuovo denaro, cioè di nuovi prestiti, emessi a costo zero guadagnando il valore netto del capitale prestato. (Marco Della Luna).

L’impero dei vampiri è assicurato da una serie di leggi e accordi internazionali che rendono impossibile un cambiamento del sistema senza distruggere dalle fondamenta l’edificio finanziario che lo sostiene, la gigantesca rapina ai danni dei popoli. Un elemento ulteriore è il mercato dell’oro, in mano da generazioni alla dinastia Rothschild. La sua importanza non è cessata nonostante da oltre mezzo secolo non esista più la convertibilità in oro della massa monetaria circolante.

Il metallo giallo resta un bene rifugio di grande importanza e da anni è in atto una corsa all’acquisto da parte di potenze emergenti come la Cina. In tempi di incombenti conflitti su scala mondiale l’oro aumenta costantemente il suo prezzo. Parliamo dell’oro “fisico”, quello vero, realmente estratto dalle miniere, detenuto in inviolabili santuari, i caveaux del moloch bancario.

Poiché gran parte dell’economia mondiale è irreale, anche le transazioni dell’oro sono virtuali per almeno il novanta per cento, ovvero si tratta di contratti con cui si compravende e si scommette sul valore dell’oro. Che non esiste in natura se non in minima parte. È la follia dell’economia finanziaria. Possedere oro fisico resta un ottimo affare e una robusta assicurazione sul futuro. L’ingranaggio, tuttavia, almeno nel regno della Banca Centrale Europea e dei suoi valvassini – quel che resta degli Stati nazionali – ha un gigantesco intoppo.

Se è assai difficile entrare nel commercio dell’oro, è addirittura impossibile disporne, per gli Stati prigionieri della gabbia d’acciaio del sistema finanziario privatizzato. L’Italia possiede circa 2.500 tonnellate di riserve d’oro ed è il quarto detentore al mondo. L’Italia? Nossignore, la Banca d’Italia, membro minoritario della BCE. Il sito ufficiale della (ex) banca di emissione è chiarissimo. Dopo avere informato che “le riserve auree sono parte integrante delle riserve ufficiali del Paese e hanno la funzione di rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano e nella moneta unica”, va al sodo, affermando che “il quantitativo d’oro di proprietà dell’Istituto è frutto di una serie di eventi avvenuti negli oltre centotrenta anni di storia della Banca.”

Insomma, l’oro è dei banchieri e non del popolo italiano, nonostante per un secolo Bankitalia sia stata un’istituzione pubblica. Sarebbe un’appropriazione indebita o addirittura una rapina se lo Stato italiano non avesse prima privatizzato le banche partecipanti e poi rinunciato – come il resto dell’eurozona – alla sovranità monetaria, conferendo alla BCE assoluta indipendenza e una serie di poteri e facoltà che rendono la sovranità nazionale una favoletta creduta per disinformazione.

Opportunamente, il deputato Lucio Malan ha presentato un fondamentale emendamento alla legge finanziaria per il 2026 che afferma: “le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”. Una posizione coraggiosissima, benché di senso comune. Il valore attuale delle “nostre” riserve auree è di almeno 275 miliardi di euro. Una somma che equivale al dieci per cento del (cosiddetto) debito pubblico e al tredici per cento del PIL annuo.

Purtroppo, indipendentemente dall’approvazione parlamentare, l’iniziativa di Malan non ha possibilità di successo. Resta una bandiera politica priva di efficacia. I trattati europei – quello di Maastricht innanzitutto – sono il cappio a cui ci siamo impiccati. Gli Stati che si sono legati al sistema BCE non solo hanno perso la sovranità monetaria, ma hanno ceduto di fatto il controllo di attivi – come le riserve auree – che sono proprietà storica – materiale e morale – del popolo che le ha accumulate.

L’Italia non può utilizzare il suo oro, nemmeno se la legge nazionale affermerà che il ruolo di Bankitalia è di custode e affidatario, non di proprietario. Ma è la BCE a possedere il diritto legale – improvvidamente conferito dai trattati! – di disporne, nell’ambito delle proprie attività di politica monetaria e finanziaria. Le riserve sono sostanzialmente intoccabili da parte dei governi.

Secondo i difensori del sistema “una loro smobilitazione comporterebbe rischi enormi sui mercati finanziari, senza contare il probabile crollo immediato del prezzo dell’oro qualora l’Italia decidesse di vendere una quantità così significativa.” Menzogne travestite da prudenza. È evidente che l’Italia non venderebbe una massa tanto ingente di oro, tutt’al più ne porrebbe una parte a garanzia di spesa. Soprattutto si nasconde l’evidenza: l’oro è degli italiani, per cui è l’interesse nazionale a essere in gioco, non la ragione finanziaria. Inoltre, meno della metà delle riserve (45 per cento circa) sono custodite in Italia. Il 43,3 per cento del nostro oro è negli Stati Uniti, il resto tra Svizzera e Regno Unito.

Solo difficilissime trattative politiche potrebbero sbloccarle almeno in parte, ma l’architettura giuridica voluta dal potere finanziario è in grado di opporsi, leggi internazionali alla mano. Ci siamo dunque auto espropriati. Quanto alle ragioni della custodia all’estero di oltre metà dell’oro, dice la verità l’Intelligenza Artificiale Overview di Google: “Una parte dell’oro italiano è negli Stati Uniti a causa di decisioni storiche e strategiche prese dopo la Seconda Guerra Mondiale, legate agli accordi di Bretton Woods e alla necessità di garantire stabilità e fedeltà geopolitica.”

Appunto. Bretton Woods legava il dollaro – valuta dei vincitori della Seconda guerra mondiale – all’oro e per dare garanzie di stabilità e affidabilità al sistema, parte delle riserve furono depositate negli Stati Uniti. La decisione fu una conseguenza della scelta di aderire all’alleanza occidentale e al Piano Marshall, che richiedevano una dimostrazione di fedeltà e stabilità finanziaria.” Traduzione: le “scelte” italiane furono conseguenze obbligate della sconfitta militare e il piano Marshall, il programma di aiuti economici lanciato nel 1947 dagli Usa che destinò all’Italia 1,5 miliardi di dollari, non fu una generosa concessione, ma un pegno di sudditanza certificato, oltreché dalla cessione sostanziale dell’indipendenza nazionale – anche dal trasferimento negli Usa di ingenti riserve auree.

Salutiamo quindi l’emendamento Malan – che fa seguito a iniziative precedenti mai andate a buon fine – come gesto di dignità, oltreché di rivendicazione della proprietà di beni frutto del lavoro e della fatica di generazioni di italiani, convinti che non approderà a nulla. Somme gigantesche che l’Italia potrebbe utilizzare a beneficio di sé stessa rimarranno dove sono, in Via Nazionale o a Fort Knox.

Non manteniamo alcuna sovranità politica (UE, trattati post-bellici) economica (l’ordoliberismo che impedisce ogni autonoma politica economica del governo eletto), militare (la Nato e le cento basi disseminate sul territorio) e monetaria, conferita al sistema delle banche centrali di cui la stessa BCE è un tassello.

La questione delle riserve auree indisponibili resta un atto di inconsulta spoliazione con il consenso e l’attiva collaborazione della vittima. Chi l’ha compiuta – l’intera classe dirigente politica e finanziaria – ha tradito il popolo italiano. Ma tutto è avvenuto e ancora avviene nell’acquiescenza, nell’ignoranza e nell’indifferenza del derubato. Game over.

Articolo di Roberto Pecchioli

Fonte: https://www.ereticamente.net/loro-degli-italiani-e-lauto-rapina-roberto-pecchioli/

L'ALTRA STORIA D'ITALIA 1802-2022
In 99 tappe per giovani adulti
di Lamberto Rimondini

L'Altra Storia d'Italia 1802-2022

in 99 tappe per giovani adulti

di Lamberto Rimondini

L’altra storia d’Italia 1802-2022 è un viaggio potente e illuminante che ti aiuta a vedere con occhi nuovi gli ultimi due secoli della nostra storia.

Scoprirai che dietro guerre, crisi e decisioni politiche ci sono sempre interessi nascosti. Ma soprattutto capirai che la conoscenza è la vera forza per non essere manipolati e per costruire una società più libera, giusta e consapevole.

“Ho scritto questo libro pensando alla classe dirigente di domani”
- Lamberto Rimondini

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Ciò che rende unica quest’opera è la capacità di unire un approccio rigoroso all’analisi geopolitica con un linguaggio diretto e accessibile. Le pagine non offrono soltanto dati e riferimenti, ma invitano a sviluppare un pensiero critico e indipendente, capace di leggere il presente con maggiore consapevolezza.

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Un'esortazione per le giovani generazioni a pensare, a scegliere, a svegliarsi.

Perché il vero cambiamento comincia da te, giovane adulto!

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