di Massimo Mazzucco
Quella di piagnucolare sempre è un’arte, e non c’è popolo come quello israeliano che l’abbia imparata alla perfezione.

Per ogni razzo di Hamas che cade in territorio israeliano arrivano subito le troupe televisive, che fanno vedere la capretta morta per l’esplosione, e intervistano il cactus ferito che ha perso tutte le spine.
Per ogni svastica che compare sui muri di una città europea si riunisce subito il comitato ebraico guidato dal rabbino locale, e convocano la stampa per denunciare al mondo l’ennesimo episodio di “antisemitismo inaccettabile”.
E anche quando ci sono dei morti reali, causati da un attentato, ciascuno di questi morti diventa una specie di eroe nazionale, con tanto di interviste ai parenti affranti, e con le gigantografie dei loro volti presentate al mondo da tutte le televisioni, accompagnate dalle biografie dettagliate di ciascuna vittima, che descrivono in modo accorato i loro sogni spezzati.
Il piccolo Yalon aveva solo due anni, da grande voleva fare l’astronauta. Ora il suo corpicino riposa accanto alla lapide del bisnonno morto ad Auschwitz.
Nel frattempo noi non sappiamo nemmeno chi abbia veramente lanciato “i razzi di Hamas”, chi sia veramente a dipingere le svastiche sui muri delle città, a soprattutto chi sia il mandante degli attentati nei quali muoiono i civili israeliani.
In fondo, sappiamo con certezza che il 7 di ottobre almeno un quarto delle vittime sono state uccise dalle stesse cannonate – intenzionali – di Israele, al quale evidentemente interessa molto di più far aumentare il numero dei morti che non difendere la vita dei propri cittadini.
E, a proposito di piagnucolìo infinito, in questi giorni c’è stato l’ultimo episodio di vittimismo sionista: i giocatori di Israele si sono lamentati pubblicamente per essere stati “insultati e presi in giro per tutta la gara” durante la partita con l’Italia. Poverini.
Nel frattempo i tifosi israeliani avevano portato sugli spalti le gigantografie dei morti del 7 ottobre, mentre hanno invitato allo stadio trenta ragazzi superstiti della strage al campo di calcio nel Golan, un paio di anni fa.
In altre parole, noi non possiamo nemmeno esporre una bandierina palestinese “perchè politica e sport non vanno mescolati”, ma loro possono portare sugli spalti le foto delle vittime del 7 ottobre perché i loro morti, evidentemente, sono più importanti di tutti gli altri.
Si chiama chiagni e fotti. Il termine lo hanno inventato i napoletani, ma a trasformarlo in un’arte eccelsa – in un vero e proprio stile di vita – sono stati certamente gli israeliani.
Articolo di Massimo Mazzucco
Fonte: https://luogocomune.net/palestina/israele-il-chiagni-e-fotti-infinito



































