Il viaggio

di Federico Bertolini

Da sempre nella storia dell’uomo il viaggio rappresenta un momento importante e caratterizzante delle diverse epoche e modelli sociali. Ogni antica civiltà fondava il proprio potere  e la propria forza sulla capacità di avviare e mantenere rapporti con culture diverse; le antiche culture elleniche, babilonesi, egizie ad esempio hanno costruito la propria grandezza attraverso gli scambi commerciali che intrattenevano con altri popoli che consentivano di far viaggiare, oltreché alle merci, idee, conoscenze e cultura.

Viaggiare, spostarsi da un luogo all’altro è dunque radicato nell’inconscio collettivo dell’uomo; è un sedimento primitivo e come tale va integrato se si vuole recuperare in noi il senso stretto dell’esistenza. L’umanità ha assistito nel corso della storia per secoli a migrazioni di massa e di popoli per i vari continenti ed è impensabile che tutto ciò non abbia lasciato traccia nella comune memoria collettiva profonda. Ritagliarsi uno spazio da dedicare al viaggio, nella moderna società occidentale, oramai del tutto stanziale, rappresenta il minimo tributo da versare alle tracce mnestiche della nostra iniziale, oggi inconscia, condizione di esseri itineranti. L’impulso a viaggiare è irrefrenabile, fa parte della natura umana, è una passione che divora e arricchisce allo stesso tempo, come il desiderio della felicità.

Gli innumerevoli scopi del viaggiare si intrecciano e non sempre sono chiari per chi resta, ma spesso neppure per chi parte; c’è l’irrequietezza, che è bisogno di conoscere cose sempre nuove, viaggiare permette di conoscere gli altri, ed attraverso gli altri, se stessi. Permette di scoprire alternative inimmaginate, di svincolarsi dai lacci dei sistemi sociali, basati sulla fissità della persona, sulla sua continuità ed immutabilità, considerate come garanzia di onestà e di carattere: le società fanno pressione sugli individui ad essere “una cosa sola”. Ma l’identità umana è mutevole e molteplice.

Lo scarto tra l’immagine che gli altri hanno di una persona e quella che lei ha di se stessa, tra quello che è nella realtà e quello che vorrebbe essere, è lo spazio in cui prende vita il desiderio del viaggio. Il viaggio, quindi, come metafora della vita è una delle caratteristiche più frequenti in tutte le culture, è un concetto trattato molto spesso dai pensatori di ogni epoca, dai mitici viaggi di Erodoto a quello ultraterreno di Dante.

La prima narrazione occidentale che possiamo considerare appartenente al genere di letteratura di viaggio è l’epopea di Gilgamesh, proveniente dalla Mesopotamia, e messa per iscritto intorno al 2900 a.C. “Di colui che vide ogni cosa…” così inizia la saga di Gilgamesh, uno dei più meravigliosi poemi  dell’antichità, che sviluppa molti temi sia antropologici che filosofici ed è di straordinaria complessità; racconta del viaggio formativo di un semidio, Gilgamesh appunto, che alla fine acquista una dimensione totalmente umana. Per gli antichi il viaggio ha valore in quanto spiega il destino e la necessità, rivela le forze che sostengono e plasmano, alterano e governano la sorte degli uomini. Sono gli dei a spronare gli uomini valorosi a partire, a guidare i loro viaggi, a mettere sulla loro strada compagni, nemici e mostri. Le avventure alle quali gli antichi viaggiatori vanno incontro, sono volute dai loro dei: non a caso, ad affrontare questi viaggi sono eroi e principi, personaggi del calibro di Gilgamesh e Ulisse.

Gli dei mettono alla prova gli uomini: inizialmente fanno sorgere in loro il desiderio di andare, poi li pongono di fronte a innumerevoli difficoltà, quasi a voler ribadire la piccolezza dell’uomo in confronto al potere degli dei; gli eroi devono dunque lottare, difendersi, affrontare le prove, sopportare le difficoltà: ecco da dove nasce l’antico concetto di viaggio come sofferenza. Anche Noè, che per mesi resta in balia delle onde, non lo fa per scelta: il Diluvio Universale è una punizione divina, a cui Noè riesce a scampare perché è un uomo giusto.

Dunque, se è dio in qualche modo a decidere e condurre le sorti degli uomini e delle loro avventure, è pur vero che solo i più valorosi, astuti e coraggiosi compiono lunghi viaggi, e tornano a casa vittoriosi… o, per lo meno, vivi. Anche la partenza di Gilgamesh avviene per ordine divino. Il viaggio dell’eroe sarà una fatica ed avrà un effetto riduttivo sul personaggio: e proprio per questo il viaggio viene prescritto al giovane Gilgamesh, un re che è nato troppo forte per la propria città. Il viaggio ha inizio quando il dio di Gilgamesh, Shamash, rivela in sogno a Enkidu, seguace del re, che anche il destino di Gilgamesh sarebbe stata la morte e non la vita eterna.

Viaggio e mito spesso quindi si fondono; per decine di millenni l’esistenza dell’uomo, la sua cultura e la sua religiosità, vengono guidate dal mito, nel quale si racconta il senso essenziale e complessivo della vita umana. Centrale nella cultura antica è il mito/viaggio dell’eterno ritorno, che rispecchia nelle proprie storie il cerchio della vita – morte – rinascita.

Interessante al proposito risulta vedere l’etimologia delle parole per capire il loro significato originario e profondo: partiamo dall’inizio della vita, quindi di un viaggio, qual è l’esistenza di ciascun individuo, a cominciare dalla nascita. I verbi partorire e partire, pur essendo diversi tra di loro, contengono entrambi il concetto di separazione, di distacco. Derivano da pario (= partorisco), a cui è collegato parare (= acquistare, preparare), di cui separare è un verbo composto che ha il significato di allontanare. Partire deriva da parte e significa, inizialmente, ripartire, distribuire le parti; partirsi è separarsi, “staccarsi dal luogo dell’identificazione collettiva per affrontare i rischi e il disagio del viaggio” (De Clementi, Stella). La partenza, nel suo doppio significato di iniziare, incominciare e, all’opposto, di finire e, in assoluto, di morire, è una sintesi simbolica “di un’esperienza universale, in cui nascita e morte rappresentano momenti essenziali del far parte per se stesso nel processo di individuazione”.

Fonte: http://www.federicobertolini.it/

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LA VITA SEGRETA DEGLI ALBERI
Cosa mangiano, quando dormono e parlano, come si riproducono, perché si ammalano e come guariscono - Alla scoperta di un mondo nascosto
di Peter Wohlleben

La Vita Segreta degli Alberi

Cosa mangiano, quando dormono e parlano, come si riproducono, perché si ammalano e come guariscono - Alla scoperta di un mondo nascosto

di Peter Wohlleben

Anche se la loro voce è molto meno rumorosa rispetto alla nostra, anche gli alberi comunicano e lo fanno in modo sorprendente e misterioso... Gli alberi hanno memoria, parlano tra loro, provano emozioni e possono addirittura soffrire di scottature solari e rughe!

Tutto questo ti sembra impossibile?  Cambierai idea quando leggerai questo libro sulle capacità degli alberi, scritto dalla celebre guardia forestale Peter Wohlleben. Grazie a questo libro potrai essere più consapevole delle straordinarie capacità delle specie vegetali

  • Cosa mangiano gli alberi?
  • Quando dormono?
  • Quando parlano?
  • Come si riproducono?
  • Perché si ammalano?
  • Come guariscono?

Scoprilo in questo libro! È la scoperta di un mondo nascosto e ci insegna a provare un rinnovato stupore per i prodigi della natura.

In Germania ha venduto oltre 350.000 copie e sta per uscire anche in Usa e Inghilterra. È un libro attesissimo.

Peter Wohlleben, celebre guardia forestale, traccia un sentiero nella foresta intricata e dischiude ai nostri occhi un universo sorprendente e misterioso: nelle sue affascinanti storie sulle insospettate capacità degli alberi, l'autore dà spazio alle più recenti scoperte scientifiche oltre che alle sue esperienze dirette.

Alcuni alberi, come ad esempio le querce, si parlano per mezzo di sostanze chimiche odorose: se un albero subisce un'infestazione da insetti, emana segnali olfattivi su un'area abbastanza vasta e tutti gli esemplari che ricevono il messaggio si preparano a respingere l'attacco, depositando nel giro di pochi minuti speciali sostanze amare che mettono in fuga gli insetti.

Nel bosco, quindi, accadono le cose più stupefacenti: gli alberi non solo comunicano fra loro ma circondano la prole di amorevoli cure, si preoccupano dei vecchi vicini malati, provano sensazioni ed emozioni e hanno i loro ricordi.

"Gli alberi parlano tra loro… per provarlo, e soprattutto spiegarlo con un linguaggio che potesse suscitare emozioni, Peter Wohlleben ha scritto questo libro che in Germania è in testa alle classifiche dei bestseller".
Corriere della Sera - Sette

"Peter in questo libro ha la capacità di risvegliare nei lettori un'intensa curiosità quasi infantile su come funziona il mondo".
The New York Times

"Peter ci svela come gli alberi parlano gli uni agli altri, che hanno sentimenti, coltivano amicizie, educano i figli, sentono il dolore e la paura".
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