In questi ultimi giorni si è parlato con insistenza del cosiddetto “Pacchetto Dmitriev” ed esso ha rivelato molto più delle sole cifre in gioco.

Secondo Volodymyr Zelensky, l’intelligence ucraina gli avrebbe mostrato documenti su una proposta russa di cooperazione economica con gli Stati Uniti nell’ordine di 12 trilioni di dollari (12.000 miliardi), un pacchetto strutturato di progetti economici a lungo termine tra Washington e Mosca.
Questa proposta, presentata – a quanto riferito – dall’emissario del Cremlino Kirill Dmitriev, viene oggi descritta a Kiev come una minaccia esistenziale agli interessi ucraini. Ma letta in chiave geopolitica, essa è innanzitutto il sintomo di un possibile ri-orientamento strategico degli Stati Uniti: dal paradigma della guerra per procura al paradigma dell’integrazione economica e del compromesso.
Il dato certo è che il pacchetto non è (ancora) un accordo: si tratta di una proposta russa, non di un trattato firmato. Tuttavia, il solo fatto che Mosca provi a sedurre Washington con un maxi-insieme di cooperazioni energetiche, infrastrutturali e industriali indica l’emergere di un orizzonte alternativo alla prosecuzione indefinita del conflitto. Ed è proprio questo che sembra terrorizzare Zelensky: non solo il contenuto dei possibili intese, ma il fatto stesso che si possa discutere della sicurezza europea fuori dal perimetro di Kiev.
Che Cos’è Davvero il “Pacchetto Dmitriev”?
Le fonti ucraine parlano in modo relativamente coerente. Zelensky ha dichiarato in conferenza stampa che l’intelligence gli ha mostrato il cosiddetto “Pacchetto Dmitriev”, presentato negli Stati Uniti, con un volume complessivo di circa 12 trilioni di dollari di cooperazione economica tra USA e Russia.
L’offerta, così come viene descritta, non riguarda un singolo contratto, ma un framework pluridecennale: progetti energetici, investimenti, accesso a risorse strategiche, forse anche grandi opere infrastrutturali, in cambio di una graduale normalizzazione politica e, verosimilmente, di una revisione del regime sanzionatorio.
In più di un intervento Zelensky ha ribadito che, secondo i segnali raccolti da Kiev, alcune parti di questi possibili documenti bilaterali potrebbero toccare direttamente l’Ucraina, in termini di sovranità e garanzie di sicurezza. Da qui la formula ripetuta con insistenza: “L’Ucraina non sosterrà alcun accordo su di noi senza di noi.”
Tuttavia, Zelensky stesso ammette che non conosce i dettagli completi: Kiev riceve “segnali separati” da intelligence e fonti aperte, ma non ha il quadro integrale dei colloqui tra Washington e Mosca. È un riconoscimento implicito del fatto che il baricentro decisionale non è più a Kiev: le partite di più alto livello vengono giocate su un tavolo dove l’Ucraina è, al massimo, uno degli oggetti del negoziato, non il soggetto principale.
Il Canale Laterale USA-Russia e il Ruolo di Kirill Dmitriev
Il nome di Kirill Dmitriev non emerge dal nulla. Capo del Russian Direct Investment Fund (RDIF), è da anni uno degli architetti dei tentativi russi di normalizzazione economica con l’Occidente. Fonti indipendenti confermano che Dmitriev è il principale emissario economico di Putin verso Washington, già coinvolto in precedenti formule di pace e progetti congiunti.
Negli ultimi mesi il suo ruolo si è intensificato:
- a fine gennaio 2026, la Casa Bianca ha confermato che Dmitriev avrebbe incontrato membri dell’amministrazione Trump in Florida, il 31 gennaio, alla vigilia del nuovo round di colloqui di pace di Abu Dhabi.
- testate come The Moscow Times hanno riferito che Dmitriev ha avviato colloqui a Miami con funzionari USA, in un contesto di trattative su un piano di pace sostenuto dagli Stati Uniti.
- in passato, la stessa triade Dmitriev – Steve Witkoff – Jared Kushner era già stata indicata come asse portante di un “piano in 28 punti” per la pace in Ucraina, in buona parte basato su proposte russe poi filtrate in documenti statunitensi.
In altre parole, esiste un canale strutturato, non episodico, attraverso il quale Mosca ha cercato – e cerca tuttora – di combinare cessate il fuoco, intese territoriali e cooperazione economica. Il “Pacchetto Dmitriev” non è un fulmine a ciel sereno, ma la naturale evoluzione di una diplomazia parallela che coniuga progressiva uscita dal conflitto e promesse di affari su larga scala.
La Logica Strategica di un Maxi‑Pacchetto Economico
La cifra di 12 trilioni di dollari sembra talmente spropositata da apparire quasi propagandistica. Vari analisti sottolineano che un valore simile corrisponderebbe a decenni di bilanci russi cumulati; appare quindi verosimile che si tratti di:
- una stima di lungo periodo, sommando progetti su orizzonti di 20-30 anni;
- o di un “numero‑messaggio”, pensato per parlare al linguaggio di Trump: quello del “mega-deal”, del “più grande accordo economico della storia”.
In termini sostanziali, i campi evocati dalle fonti includono:
- energia (soprattutto Artico, gas, petrolio e forse nucleare civile);
- materie prime strategiche (metalli rari, terre rare, risorse minerarie siberiane);
- grandi infrastrutture (corridoi logistici, pipeline, porti artici, potenzialmente progetti ferroviari transcontinentali);
- cooperazione in ricostruzione, agricoltura, high-tech selettivo.
Una tale architettura di cooperazione risponde alla logica classica della distensione:
“più interdipendenza economica, meno incentivi allo scontro armato.”
Se gli Stati Uniti iniziano a vedere nella Russia non solo un avversario, ma anche un partner energetico e logistico su scala eurasiatica, l’intero quadro strategico si sposta: l’obiettivo diventa gestire e limitare il conflitto, non prolungarlo finché “l’altra parte crolla”.
In questa ottica, il “Pacchetto Dmitriev” non va letto come una fantasia irrealistica, ma come la proposta estrema di un cambio di paradigma: liberare gradualmente la Russia da parte delle sanzioni in cambio di una stabilizzazione geopolitica, con enormi incentivi economici per il mondo imprenditoriale statunitense.
Le Paure di Kiev: “Niente su di Noi Senza di Noi”

La reazione di Zelensky è stata visibilmente nervosa. Fonti russe parlano addirittura di un comportamento “isterico” del presidente ucraino quando ha appreso dai servizi il contenuto del “Pacchetto Dmitriev”, proprio per il timore che Washington e Mosca trovino una convergenza in cui lui diventi un ostacolo piuttosto che un asset.
Zelensky insiste su alcuni punti fermi:
- nessun accordo su territori, sovranità e sicurezza può essere preso senza il coinvolgimento di Kiev;
- qualsiasi clausola riguardante l’Ucraina deve rispettare la Costituzione ucraina e le leggi nazionali;
- “l’Ucraina mostrerà la sua reazione” qualora emergessero rischi di intese bilaterali USA–Russia “su di noi senza di noi”.
In un passaggio significativo, Zelensky ha persino suggerito che, dietro queste manovre, la Russia potrebbe cercare di far passare – in modo indiretto – una qualche forma di riconoscimento di fatto dell’annessione della Crimea, attraverso scambi economici e accordi di status speciale.
Ma qui si apre un evidente paradosso: di quale “reazione” dispone realmente Kiev nei confronti di Washington? Rifiuterà le armi? I finanziamenti? L’accesso a tecnologie come Starlink? O si limiterà a una protesta simbolica, mentre la macchina diplomatica delle grandi potenze ridefinisce il quadro?
Perché una Grande Intesa Economica USA-Russia Può Favorire la Pace
Da una prospettiva di realpolitik – e, aggiungendo, da una prospettiva coerente con una visione cristiana che privilegia la cessazione della violenza rispetto alla sua perpetuazione ideologica – la logica di un grande pacchetto economico USA-Russia non è scandalosa, ma potenzialmente pacificante.
Alcuni punti meritano di essere sottolineati:
- La guerra in Ucraina ha già ristrutturato i mercati energetici e le catene globali del valore. Continuare il conflitto a oltranza significa ancorare il sistema internazionale a una logica di blocchi e sanzioni permanente, con costi enormi per l’Europa e per il mondo in via di sviluppo.
- Un ritorno graduale alla cooperazione economica tra le due maggiori potenze nucleari riduce il rischio di escalation incontrollate, incluse quelle che potrebbero coinvolgere altri teatri (Iran, Asia-Pacifico).
- Integrare economicamente la Russia, pur senza legittimare ‘l’aggressione’, può essere un modo di collaborare con la Russia attraverso gli interessi materiali, invece di lasciare che Mosca cerchi solo leve militari e destabilizzazione per farsi ascoltare.
Ciò non significa accettare qualsiasi proposta russa in modo acritico. Ma vuol dire riconoscere che, nel mondo reale, la pace spesso si costruisce con compromessi, incentivi, accordi economici che rendono più costoso tornare alla guerra. In questo senso, un “Pacchetto Dmitriev” – se incardinato in un serio accordo di sicurezza europeo e in garanzie reali per l’Ucraina – potrebbe diventare uno strumento per uscire dal vicolo cieco militare.








































