di Piero Vietti
La Corte stabilisce che un malato che non può procedere da solo al suicidio assistito non può chiedere a un terzo di ucciderlo. Ma lo fa chiedendo al Servizio sanitario nazionale di intervenire e verificare tutte le possibilità.

Con sentenza pubblicata venerdì scorso e attesa da giorni, la Corte Costituzionale ha detto no all’intervento attivo di una terza persona nella somministrazione del farmaco letale a un malato che sia nelle condizioni di accedere al suicidio assistito ma non possa farlo per impossibilità fisica, indisponibilità dei mezzi o per avere scelto un’altra modalità che non è disponibile.
Il caso in esame era quello di una donna di Firenze che, priva dell’uso degli arti a causa della malattia, e impossibilitata a procurarsi uno strumento che le permettesse di suicidarsi autonomamente, chiedeva al giudice di autorizzare il proprio medico a somministrarle il farmaco.
Il “No” della Consulta all’Eutanasia
È di fatto un no all’eutanasia in Italia, quello della Consulta, che ha definito inammissibile la questione sollevata dal Tribunale di Firenze sulla legittimità dell’articolo 579 del codice penale, quello che punisce l’omicidio del consenziente. Un no per certi versi atteso, dopo la decisione di alcuni mesi fa sull’articolo 580, quando aveva rigettato la questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Milano nella parte in cui la legge punisce l’aiuto al suicidio della persona affetta da una patologia irreversibile, da sofferenze fisico-psicologiche intollerabili, capace di decisioni libere e consapevoli, ma che non abbia anche la necessità del trattamento di sostegno vitale.
Le Motivazioni che Annacquano gli Effetti della Sentenza
Ma se la decisione di inammissibilità è indiscutibile, le motivazioni addotte dai giudici, come spesso succede, ne annacquano gli effetti provando paradossalmente a spostare ancora una volta i confini stabiliti con la sentenza sul caso Dj Fabo nel 2019. Si legge infatti nella motivazione che l’inammissibilità è data dal fatto che “il giudice a quo non ha motivato in maniera né adeguata, né conclusiva, in merito alla reperibilità di un dispositivo di autosomministrazione farmacologica azionabile dal paziente che abbia perso l’uso degli arti e per tale ragione le questioni sono inammissibili”.
In sostanza, dice la Consulta, il giudice di Firenze doveva cercare meglio e più fondo la strumentazione necessaria per permettere alla donna il suicidio assistito, non limitandosi a una “presa d’atto delle semplici ricerche di mercato di una struttura operativa del Servizio sanitario regionale“, ma coinvolgendo “organismi specializzati operanti, col necessario grado di autorevolezza, a livello centrale, come, quanto meno, l’Istituto superiore di sanità, organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale”.
Il Ruolo del Servizio Sanitario Nazionale
Nel suo giudizio di inammissibilità la Corte aggiunge anche un passaggio non secondario sul ruolo del Servizio sanitario nazionale, che nella proposta di legge della maggioranza sul fine vita al vaglio del Parlamento sarebbe escluso, e che invece i giudici supremi ritengono debba accompagnare attivamente chi vuole accedere al suicidio assistito (dal Pd già si parlava di “dibattito chiuso” sul ruolo del Ssn).
Si legge nella motivazione: “Qualora da rinnovata e più estesa istruttoria emergesse la reperibilità, nei tempi ragionevoli sopra indicati, di strumenti di autosomministrazione della sostanza capace di porre fine alla vita attivabili da persone nello stato clinico di M. S., e qualora essi risultassero utilizzabili, nelle condizioni date, il Servizio sanitario nazionale dovrà prontamente acquisirli e metterli a disposizione del paziente che sia stato ammesso alla procedura di suicidio medicalmente assistito“.
Dalla lettura della sentenza, che resta comunque un no all’eutanasia, ed è bene ribadirlo, traspare un’anima della Corte divisa in due: una lettura maliziosa delle motivazioni porterebbe a pensare che, senza il forte richiamo ai paletti messi dalla sentenza sul caso Dj Fabo, l’invito della Consulta potesse essere letto come un invito a cercare bene gli strumenti per l’autosomministrazione del farmaco letale e, nel caso in cui fosse impossibile reperirli, tornare a sollevare la questione di legittimità.
Il Cul de Sac del Fine Vita
Anche in questo caso si finisce nel cul de sac che Tempi ha più volte denunciato: le sentenze della Corte Costituzionale, lo zelo “radicale” di alcuni giudici e le fughe in avanti delle Regioni già hanno prodotto aperture mortifere sul tema del fine vita, e in questo “far west” di interpretazioni a farsi strada è la linea pro-morte.
Una legge avrebbe il pregio di stabilire confini chiari – il ruolo del SSN, che ora la Consulta tira in ballo positivamente, è uno di quelli – ma anche la legge “migliore” di tutte sarebbe l’inizio di un pericoloso piano inclinato. Purtroppo, però, tertium non datur.
Articolo di Piero Vietti
Fonte: https://www.tempi.it/no-consulta-eutanasia/


































