Il diritto alla città: da Lefebvre alle “Smart City”

di Luisa Cuccu

Henri Lefebvre è considerato ancora oggi uno dei maggiori esponenti del “marxismo non dogmatico” e tra i suoi lasciti più importanti ricordiamo “Le droit à la ville” del 1968. Il diritto alla città, ai giorni nostri, è un tema importante nelle strade e nei luoghi dei centri urbani.

Per diritto alla città, Lefebvre intende la possibilità di poter accedere alle risorse della città, il diritto all’attività partecipante, alla fruizione al di là del diritto di proprietà. Questo diritto viene rivendicato attraverso l’appropriazione dei tempi e degli spazi del vivere urbano. Lefebvre sosteneva che vi fosse la necessità di riformare le strutture sociali ed economiche e il bisogno di un cambiamento drastico dell’assetto decisionale (Lefebvre, 1972).

Le conseguenze dell’urbanizzazione

David Harvey (2012) ritiene che dagli eventi storici e dalla sua storia si può comprendere come l’urbanizzazione abbia svolto un ruolo cruciale durante gli anni nell’assorbimento dell’eccedenza di capitale, agendo su una scala geografica sempre più ampia, con gravi conseguenze. Basti pensare ai processi di distruzione creativa che hanno espropriato alle masse urbane qualunque diritto alla città.

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Questo meccanismo sfocia periodicamente in rivolte, come quella degli espropriati a Parigi nel 1871, o i movimenti sociali urbani del 1968 da Parigi, a Bangkok, Città del Messico, Chicago, ‘Occupy Wall Street’, le rivolte delle banlieues francesi nel 2005 e le esplosioni rivoluzionarie in America Latina tra il 2001 e il 2005. Queste lotte anticapitaliste sono presenti nelle città di tutto il mondo, per contrastare il dominio dei grandi capitalisti che le gestiscono attraverso l’utilizzo del denaro; capitalisti come quelli del Partito di Wall Street, inteso come gruppo di persone private che investono nel mercato azionario di Wall Street e che hanno l’interesse a massimizzare i loro profitti al di sopra di ogni morale e incuranti delle conseguenze sull’economia e sulla popolazione.

Nel 2011, per la prima volta un movimento sociale si è opposto alle logiche di Wall Street e la strada davanti a Wall Street è stata occupata. Questa pratica si è diffusa di città in città in tutto il mondo. I fatti risalgono al 2011 e oggi di questo movimento sembra siano rimaste ben poche tracce, mentre le rivoluzioni odierne sembrano voler occupare i social e gli spazi virtuali più che le piazze, e questo non sembra intaccare i vertici o riscontrare lo stesso successo dell’occupazione delle piazze.

La città in mano a pochi

Mentre il mondo della rete intelligente si espande, lo sdegno dilaga solamente nei commenti sui social, ma nei nostri centri urbani, le disuguaglianze aumentano e il diritto alla città dei cittadini viene meno. Nel mondo sono sessanta milioni le persone senza una dimora, per cui il diritto a una casa vien meno. I dati sulla distribuzione del reddito non sono confortanti e vedono una disuguaglianza crescente nella distribuzione anche nei paesi occidentali; una minore disponibilità di reddito comporterà una minore accessibilità a beni e servizi, una minore fruizione della città. Per Harvey il diritto alla città viene gestito dai privati e confinato nelle mani dell’élite economico-politica, che detiene una posizione privilegiata, al fine di modellare la città in base ai propri bisogni e desideri.

Una città poco intelligente

I decisori politici promettono città sempre più intelligenti e inclusive per i cittadini, ma all’interno delle “città smart” sono le grandi imprese del capitale privato a operare. Le grandi imprese ICT come Cisco, IBM, Samsung operano nella realizzazione di progetti smart. Tuttavia, chi opera nel mercato finanziario tende a massimizzare il proprio profitto e misurare tutto in performance, che non garantiscono una qualità della vita migliore e tanto meno un maggiore diritto alla città.

A proposito dell’aspetto performativo, muove una critica anche Serge Latouche, il quale sostiene che in realtà non vi sia una vera e propria selezione nelle tecniche, che divengono indiscutibili e considerate come la vera via per il progresso. Ma la tecnica è performativa, per cui anche gli insuccessi e gli effetti negativi (economici, sociali, ecologici) finiscono per diventare successi della tecnica.

Ci si dovrebbe interrogare su quali possano essere le conseguenze e le ripercussioni della città intelligente sul diritto alla città, che oggi sembra essere l’espressione di una nuova politica neoliberale all’interno dei centri urbani.

Articolo di Luisa Cuccu

Fonte: http://sociologicamente.it/il-diritto-alla-citta-da-lefebvre-alla-smart-city/

Libri e varie...
IL MONDO NUOVO
La fine della globalizzazione e il ritorno della storia
di Stephen D. King

Il Mondo Nuovo

La fine della globalizzazione e il ritorno della storia

di Stephen D. King

Un libro profetico, brillante e inquietante!

“La globalizzazione non è un destino. Le forze che l’hanno creata – tecnologia, politica, economia, demografia – possono rovesciarla, anzi lo stanno già facendo. ... Stephen King ci guida attraverso la crisi del paradigma economico e geopolitico corrente con maestria, originalità e brillantezza. Questo libro è già un classico.” Lucio Caracciolo, direttore Limes

“Un libro che toglie il velo a molte delle illusioni che hanno accompagnato la diffusione della globalizzazione. Stephen King disegna tutti gli elementi per capire il bivio epocale di fronte al quale ci troviamo oggi e i rischi che questo implica per le scelte future”. Enrico Letta, ex primo ministro

Perché la globalizzazione, oggi, viene rifiutata? Che aspetto avrà un mondo dominato da Stati rivali con obiettivi in conflitto? L’attuazione di politiche nazionaliste si trasformerà in una corsa verso il baratro? Stephen D. King, economista di fama, risponde con un libro provocatorio a queste e ad altre domande: per capire che cosa significherà la fine della globalizzazione per il benessere, la pace e l’ordine economico globale.

La globalizzazione, a lungo considerata la via maestra per il benessere economico, non è inevitabile. La strategia eretta sui principi del libero scambio e, a partire dagli anni Ottanta, del libero mercato dei capitali sta cominciando a mostrare delle crepe. Nel mondo occidentale la crescita economica resta insoddisfacente e diversi Paesi non sono più disposti a sacrificare gli interessi nazionali alla crescita globale. Né i loro leader sembrano essere capaci, o desiderosi, di convincere i propri cittadini a lavorare a un’agenda per il benessere globale. Riaffiorano narrazioni politiche fatte di “noi” e di “loro” e si assiste allo sgradito ritorno di isolazionismo e protezionismo.

Unendo l’analisi storica all’osservazione dell’attualità King arriva ad affermare che il rifiuto della globalizzazione e il ritorno all’“autarchia” aumenteranno il rischio di conflitti economici e politici e usa le lezioni della storia per capire come scongiurare gli esiti più infausti.

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