Il Destino dell’Europa è Oltre l’Occidente

di Marcello Veneziani

Non possiamo noi europei, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente intero. Dovremmo piuttosto accettare la realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare e soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo.

Poi d’improvviso, come d’incanto, spariscono le rivolte e le repressioni a Caracas e a Teheran. E resta solo la scia di discussioni e di litigi nostrani, coi maestri cantori dell’Occidente “libero, moderno e democratico” che ti chiedono: ma tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia, dicono? No, che non ci vivrei, perché dovrei andarci? E non vivrei nemmeno in Cina, in Corea, in Nigeria, in Groenlandia. Non sono il mio mondo, la mia vita, la mia storia, la mia gente. Perché mai dovrei lasciare il mio paese, la mia civiltà?

Il problema è opposto: noi che viviamo qui (e che non vivremmo mai lì) non possiamo decidere cosa è meglio per chi abita lì. Noi che nemmeno siamo in grado di capire cosa è successo e come mai ora sembra tutto rientrato. Tocca a loro deciderlo, noi possiamo solo augurarci e anche impegnarci con i mezzi ragionevoli della diplomazia e della pressione internazionale che decidano il più possibile in modo libero e incruento. Ma non possiamo sostituirci a loro, decidere al posto loro e perfino intervenire con le armi per imporre quel che a noi sembra la soluzione migliore (che magari è quella più utile ai nostri affari o più vicina solo al nostro punto di vista). Anche perché quei popoli non sono come ce li raccontano media e intelligence, contrari per intero ai loro regimi, ma sono divisi, tra favorevoli e contrari, tra sostenitori e nemici giurati del regime; tanti preferiscono il male minore o il male già conosciuto al male sconosciuto.

Non credo che la maggioranza degli iraniani preferirebbe lo scià al posto dell’ayatollah; se devono cercare un ricambio lo faranno in Iran, non con pacchi Amazon catapultati dagli Usa o comunque da fuori… C’è chi preferisce i tiranni di casa propria ai padroni di fuori e c’è chi, nel nome della liberazione, è pronto a schierarsi anche coi nemici di fuori pur di cacciare i tiranni di dentro. Sappiamo pure che le sanzioni di solito stringono i popoli ai loro regimi, anziché allontanarli; accadde in Iraq e in altri tempi anche da noi…

Insomma, il quadro è variegato; e se dovessimo giudicare i governi dal consenso che hanno, dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano. La vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno in teoria è possibile un ricambio.

Penso che sia maturo il tempo per considerare fittizia la definizione odierna di occidente. Il nostro mondo ha perso o largamente rifiuta ogni identità derivata dalla sua storia e dalla sua civiltà, si vergogna del suo passato, rinnega le sue radici cristiane, ricusa quasi tutti i precedenti storici perché dominati da forme politiche e giuridiche, valori morali e culturali, precetti religiosi rigettati e rinnegati da tempo. E accetta la definizione di occidente solo come regno della libertà e della modernità, dei diritti umani e individuali. Ma nella realtà “l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa è diventata la vera essenza dell’Occidente… gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire poco alla volta l’identità europea con un’identità occidentale tendenzialmente americana”. Lo scrive un “filosofo geopolitico” tedesco, Hauke Ritz, in un libro intrigante, “Perché l’Occidente odia la Russa” (Fazi Editore), con una prefazione di Luciano Canfora.

L’Europa, lo vediamo ogni giorno, è ridotta a periferia strategica degli Usa; ma arrivati a questa condizione, secondo Ritz, per paura della Russia. Magari giustificata ai tempi in cui l’Urss era potente e in competizione con l’Usa, senza mai peraltro sconfinare apertamente rispetto agli accordi di Jalta, in cui si spartirono le aree di influenza del mondo. Ma la paura della Russia, nel nuovo millennio, è stata alimentata in modo surrettizio da quando la Russia non ha accettato di diventare una potenza regionale subordinata all’ordine mondiale americano, facendo seguire alla colonizzazione commerciale e culturale anche quella geopolitica e militare.

In effetti se consideriamo la minaccia islamica e il pericolo cinese, quella russa non è obiettivamente una preoccupazione prioritaria; ma agli occhi degli Usa, un’alleanza anche solo economica tra Russia ed Europa, magari via Germania, era il pericolo da scongiurare perché liberava l’Europa (oltre che la Russia) dalla sudditanza e dalla dipendenza dagli Stati Uniti. Nel nome di questa sudditanza gli europei hanno accettato perfino che l’antico contenzioso tra Russia e Ucraina, per tre secoli annessa alla Russia, assai affine pur nella contrastata vicinanza, diventasse ai propri occhi una dichiarazione di guerra e d’invasione contro l’Europa, come ci ripeteva Biden per farci considerare in guerra con la Russia fino a riarmarci in funzione anti-Putin.

Ora, per completare la follia, pretendiamo di dichiarare guerra pure agli Usa di Trump per la folle volontà di annessione della Groenlandia. Lo spettacolo del gruppetto di soldati mandati dall’Europa in Groenlandia e la relativa minaccia di altri dazi di Trump agli europei sembrano davvero una farsa, di quelle che nel gergo cabarettistico sono indicate come “scemo e più scemo”. L’Occidente diviso intorno a un freezer…

La strada del realismo, invece, dovrebbe portarci al confronto, forte e paritario, con entrambi – con la Russia e con gli Usa – alla ricerca di una nostra terzietà, indipendenza e autonomia politica e strategica. Il problema non è essere ostili a entrambi ma cercare un accordo per allearsi con entrambi, restando, a tutti gli effetti, padroni in casa nostra.

Nel delineare una risposta dell’Europa alla russofobia e alla americanizzazione, Ritz indica un percorso di “ritorno all’Europa”. La preoccupazione dello studioso è mostrare che il suo auspicio non ha nulla di conservatore, reazionario, antimoderno ma per indicarlo usa verbi precisi: tornare all’Europa, ritrovare la sovranità, riportare l’Europa a una visione sociale e solidale, ricollegarsi ai valori e alle tradizioni europee, far rivivere la tradizione dell’umanesimo europeo per bilanciare il primato del tecnicismo di matrice Usa, riallacciarsi a una tradizione culturale che “è stata in grado di stabilire un legame con la trascendenza in modo laico”. Verbi che indicano tutti un ritorno. Non si tratterebbe, dice Ritz, di “un ritorno attivo alla religione” e alla professione di fede, ma si “riconoscerebbe come valore l’ordine mondiale cristiano secolarizzato”. Insomma il cristianesimo come religione civile e ordo civilis.

Non possiamo, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, ossia nel nome “degli orrori delle due guerre mondiali” lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente. Per lo stesso gigantesco complesso, nota Ritz, la Germania ha sostenuto a Gaza “una politica di pulizia etnica per sfuggire così alla vergogna per il genocidio degli ebrei europei avvenuto in passato”.

Si tratta dunque di rigettare la definizione stessa di Occidente e di accettare la realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare, come non ci stancheremo mai di ripetere. E pensare l’Europa come luogo d’incontro tra Usa e Russia, e più vastamente tra Oriente e Occidente. Ma soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo. Ad avercela, un’Europa così.

Articolo di Marcello Veneziani (La Verità – 21 gennaio 20269

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-destino-delleuropa-e-oltre-loccidente/

VERRà L'ALBA, STARAI BENE
Dall'autore di "Succede sempre qualcosa di meraviglioso"
di Gianluca Gotto

Verrà l'Alba, Starai Bene

Dall'autore di "Succede sempre qualcosa di meraviglioso"

di Gianluca Gotto

Cosa accade quando il dolore sembra troppo grande da contenere?

Alcuni si lasciano travolgere, altri scelgono di ignorarlo.

Veronica, la protagonista di questo intenso romanzo, intraprende invece un’altra strada: decide di ricominciare da zero, dall’altra parte del mondo.

In Australia costruisce una vita che all’apparenza ha tutto: indipendenza, successo, un corpo in perfetta forma. Eppure, dietro la sua immagine impeccabile, si nasconde una lotta silenziosa contro la solitudine e i ricordi.

La sua esistenza diventa un esercizio di controllo ossessivo su ogni aspetto, fino a quando la pressione interiore non la conduce sull’orlo del crollo. È allora che un imprevisto le impone di fermarsi e di guardare, finalmente, dentro sé stessa.

Per guarire, a volte, bisogna trovare il coraggio di smettere di fuggire.

Un romanzo che parla a chiunque abbia conosciuto la fragilità

Il viaggio di Veronica non è solo geografico, ma soprattutto interiore. In una terra lontana, incontra un’altra anima smarrita e scopre che la guarigione non significa negare il dolore, ma trasformarlo.

Con il sostegno di nuove amicizie e l’incontro con l’ayurveda – l’antica scienza del benessere – impara a riconoscere le proprie ferite come parte di un cammino di consapevolezza.

La scrittura di Gianluca Gotto è fluida, empatica, capace di avvicinare il lettore a temi universali come l’ansia, la salute mentale, la perdita, l’accettazione.

Ogni pagina diventa un invito a riflettere, a lasciar andare ciò che pesa e a riscoprire la forza nascosta nella vulnerabilità.

Il dolore non è una condanna: può diventare il primo passo verso la libertà.

Cosa troverai tra queste pagine

  • Una protagonista autentica, in cui è facile riconoscersi se hai vissuto momenti di solitudine o di crisi.
  • Il racconto di una rinascita fatta di piccoli passi, non di rivoluzioni miracolose.
  • Riferimenti all’ayurveda come chiave per prendersi cura del corpo e della mente in modo naturale.
  • Una narrazione intensa che intreccia emozioni, amicizia e speranza, senza mai cadere nella superficialità.

Un invito alla consapevolezza

Oltre a raccontare una storia, questo libro è un richiamo silenzioso a riconoscere la propria vulnerabilità come parte integrante della vita.

In Veronica ci sono i dubbi e le paure di tanti, ma anche il coraggio di mettersi in cammino. Le sue pagine offrono strumenti interiori per guardare al dolore non come a un ostacolo, ma come a una possibilità di trasformazione.

Ogni lettore potrà specchiarsi in questa esperienza e portarne via un seme di rinascita.

Leggi questo libro se…

  • Ti senti sopraffatto da ansia o dolore e desideri una storia che dia voce a ciò che provi.
  • Vuoi riscoprire la tua forza interiore attraverso un percorso di accettazione e consapevolezza.
  • Ami i romanzi che parlano al cuore e allo stesso tempo offrono spunti di crescita personale.
  • Sei incuriosito da approcci dolci e naturali come l’ayurveda, applicati alla vita reale.
  • Segui già Gianluca Gotto e vuoi leggere la sua opera più intensa e introspettiva.

Verrà l’alba, starai bene è un romanzo e un compagno di viaggio per chi attraversa la notte del dolore e cerca la promessa di una nuova luce.

Una storia che tocca corde profonde, ricordandoci che ogni alba porta con sé la possibilità di rinascere.

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Un commento

  1. Grazie! Già, ad avercela un’Europa così! Purtroppo siamo ancora lontani: ognuno per sé, e pronto a fare le scarpe al vicino. E l’Italia è un vaso di coccio tra (almeno) due vasi di ferro. L’unico modo per (pro tempore) sopravvivere e non essere definitivamente “colonizzati” da questi, è purtroppo appoggiarsi ancora al vecchio Zio

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