Giordano Bruno, l’eretico impenitente

di Antonella Bazzoli

Giordano BrunoC’è chi ha visto in Giordano Bruno un precursore del pensiero scientifico moderno, chi lo ha definito un libero ricercatore delle leggi della natura, chi il fondatore della filosofia moderna, chi un ermetico, chi un martire del libero pensiero.

Nonostante siano passati più di quattro secoli da quel 17 febbraio del 1600, giorno della sua morte, ci sembra che la memoria del grande filosofo nolano sia più viva che mai e che abbia ancora molto da insegnarci. Ci piace ricordare il suo spirito di pensatore libero che rifiutava il dogma, pur ricercando continuamente la verità di un principio primo. Ci piace immaginarlo con il suo temperamento audace ed inquieto, con la sua mente aperta e tollerante che non temeva il confronto nell’eterno conflitto tra fede e ragione.

Per onorare la sua memoria ci piace soprattutto ripercorrere quelli che furono i momenti più significativi della sua vita, dagli anni della formazione giovanile fino all’arresto e alla condanna a morte con l’accusa di “eretico impenitente”.

All’età di soli 15 anni Giordano Bruno vestì l’abito domenicano. Era il 1563 quando entrò nel convento napoletano di San Domenico Maggiore. Non pare sia stata una vocazione nel senso ortodosso del termine, e infatti  fin dall’inizio il giovane Bruno sembrò rimanere estraneo ai temi devozionali imposti dalla Controriforma, preferendo di gran lunga autori come Marsilio Ficino, Raimondo Lullo, Niccolò Cusano, Niccolò Copernico ed Erasmo da Rotterdam. Le loro opere, senza dubbio accessibili nella grande biblioteca domenicana del convento, erano però proibite dall’Inquisizione, per cui Bruno si vide costretto a leggerle di nascosto, nell’intimità della propria cella.

Fin dai primi anni di vita conventuale il giovane Bruno veniva ripreso dai superiori per la sua eccessiva libertà di pensiero. Subì persino dei processi, poiché secondo i domenicani le sue idee sconfinavano nell’eresia. A causa della sua repulsione per il dogma e del suo amore per il libero pensiero, nel 1576 Bruno fu costretto a fuggire da Napoli per rifugiarsi a Roma presso il convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva. Ma anche da lì dovette presto partire, ingiustamente accusato di omicidio e di eresia.

Abbandonò allora l’abito domenicano e cominciò la sua vita da esule attraverso l’Italia e l’Europa. Giunse a Genova, poi a Savona e a Torino, quindi a Venezia e in altre città del nord, prima di fermarsi nel 1579 a Ginevra, dove aderì alla confessione calvinista. Ma solo tre anni dopo si scontrò anche con i calvinisti. Ne seguì la scomunica e il filosofo fu costretto a ritrattare le proprie idee.

Giordano Bruno

Giordano Bruno

Deluso e amareggiato, Bruno si trasferì allora a Tolosa dove per circa due anni ottenne un posto di lettore all’università. Nel 1581, a causa della guerra di religione fra cattolici e ugonotti, dovette però trasferirsi a Parigi dove ottenne il favore del re Enrico III, attratto dalla fama delle grandi capacità mnemoniche di Bruno. A raccontarcelo fu lo stesso filosofo nel corso dei successivi interrogatori romani: “…acquistai nome tale che il re Enrico terzo mi fece chiamar un giorno e mi chiese se questa memoria che possedevo e che insegnavo era una memoria naturale o se fosse piuttosto ottenuta per mezzo di magia. Con ciò che io gli dissi e gli dimostrai, egli comprese che non era dall’arte magica, ma dalla scienza che tale memoria mi derivava”.

Nel 1584 si recò a Londra dove fu accolto benevolmente dalla corte della regina Elisabetta I. Qui pubblicò le sue principali opere dopodiché, ritornato in Francia, partecipò a varie dispute criticando la filosofia aristotelica e scatenando un tale putiferio da essere costretto ancora una volta a cercare un nuovo rifugio.

Questa volta lo trovò nella Germania luterana dove arrivò nel giugno del 1586. Ma nonostante l’ottima accoglienza e l’affetto dimostrato dai suoi allievi, finì anche qui per essere scomunicato dai luterani, così come era accaduto con i cattolici e i calvinisti.

Nel 1591 accettò l’invito a Venezia di Giovanni Mocenigo, un nobile che si offrì di ospitarlo in cambio dell’insegnamento delle sue arti magiche e mnemoniche. Ma l’amicizia di Mocenigo durò poco e Giordano Bruno fu tradito dal nobile veneziano che lo denunciò come eretico facendolo arrestare nelle carceri dell’Inquisizione di Venezia, in San Domenico a Castello.

L’Inquisizione romana ottenne poi la sua estradizione dal Senato veneziano e così Bruno fu rinchiuso e torturato nelle carceri di Roma del Palazzo del Sant’Uffizio. Il processo proseguì per otto lunghi anni, fino al 1599. Invano i giudici inquisitori sperarono di far abiurare quell’eretico impenitente.
Dai lunghi interrogatori romani e dalle relative carte processuali, oggi siamo in grado di conoscere meglio il pensiero di Bruno e possiamo dire con tutta evidenza che la sua condanna al patibolo non fu motivata, come ci si potrebbe aspettare, dalle solite accuse di blasfemia, di ermetismo o di magia.

Giordano Bruno

A spaventare molto di più gli Inquisitori deve essere stata la rivoluzionaria e pericolosa teoria bruniana di un Universo infinito che si scontrava con la tradizionale teoria aristotelica che stava alla base del credo cattolico. Non va dimenticato, infatti, che per Aristotele la terra era al centro di un universo chiuso, immobile e finito, un universo aldilà del quale vi era il nulla. A tale dogma si contrapponeva il pensiero moderno di Bruno il quale, sulla scia della filosofia neoplatonica e rifacendosi agli scritti di Cusano e di Copernico, credeva fermamente nell’infinità di un universo in continuo movimento. Un nuovo modo di pensare Dio, la Natura e la Ragione, in difesa del quale Giordano Bruno fu pronto anche a morire. Invitato ad abiurare, Bruno si rifiutò di farlo dichiarando ai suoi giudici “di non volersi pentire, di non avere di che pentirsi, e di non sapere di cosa pentirsi”.

L’8 febbraio del 1600, dopo avere ascoltato la sentenza che lo condannava a morire sul rogo, si rivolse ai suoi inquisitori con queste ferme e coraggiose parole: “Tremate forse più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”.

Era il 17 febbraio quando Giordano Bruno fu condotto in Campo de’ Fiori con la lingua in giova. Quella specie di museruola, detta “mordacchia”, aveva lo scopo di impedirgli di parlare in punto di morte. Dopo essere stato denudato e legato a un palo, Bruno fu bruciato vivo. Ma a morire fu solo il corpo del filosofo di Nola, perché il suo spirito, libero e coerente fino all’estrema fine, continuò e continua ancora a parlare a coloro che sanno ascoltarlo.

Articolo di Antonella Bazzoli

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Fonte: http://www.stampalibera.com/index.php?a=29907

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