Gli ebeti che abitano paesi coloniali dove la comprensione critica della realtà è un lusso che non possono permettersi, litigano sulle etichette che gli vengono fornite, dividendosi tra “fascisti”, “comunisti”, “NoVax” a seconda della convenienza del momento.

Negli anni Settanta bastava pronunciare la parola “fascismo” perché qualsiasi discorso dissenziente venisse relegato nell’ambito del reazionario, del pericoloso per la democrazia, del complice delle dittature, e così accadeva che persino la difesa di valori tradizionali o critiche alla dissoluzione dei confini culturali diventassero automaticamente manifestazioni di nostalgia per il Ventennio o per i regimi autoritari, senza che fosse necessario alcun legame reale con movimenti neofascisti o con ideologie totalitarie: la semplice etichetta bastava a chiudere il dibattito, a rendere superflua qualsiasi analisi delle ragioni concrete che animavano una posizione, trasformando lo spauracchio in strumento di controllo del perimetro del discutibile.
La meccanica era efficace perché permetteva di evitare il confronto con le alternative, sostituendo l’argomentazione con la stigmatizzazione, e funzionava proprio perché chi agitava lo spettro del fascismo non aveva alcun interesse a distinguere tra le sfumature di un pensiero conservatore articolato e l’adesione a un sistema totalitario: l’obiettivo non era comprendere ma neutralizzare, non dialogare ma escludere, e in questo modo ogni proposta che mettesse in discussione il progressismo dominante poteva essere liquidata senza bisogno di prenderne sul serio i contenuti, bastava attribuirle una contiguità ideologica per renderla automaticamente indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica moderata.
Oggi l’accusa si è moltiplicata in varianti più agili ma la struttura retorica rimane identica: non importa quali siano le ragioni specifiche per cui si dubita di un trattamento sanitario sperimentale o di una narrazione mediatica dominante, basta evocare l’immagine del complottista, del negazionista, del “NoVax”, e il gioco è fatto, il contenuto della critica scompare sotto il peso della delegittimazione preventiva, e chi obietta si ritrova costretto a difendersi da un’accusa che non ha nulla a che vedere con ciò che ha effettivamente detto, mentre il merito della questione viene archiviato come irrilevante.
Questa logica binaria degli opposti estremismi continua a funzionare perché agisce a livello subcosciente e istintuale, semplificando per le menti pigre un confronto che altrimenti richiederebbe sforzo intellettuale ed etico-filosofico, quindi un’indagine ontologicamente votata alla ricerca del vero, mentre lo schema viene reiterato per masse incolte di ebeti che abitano paesi coloniali dove la comprensione critica della realtà è un lusso che non possono permettersi: loro litigano sulle etichette che gli vengono fornite, dividendosi tra “fascisti”. “comunisti” ecc., a seconda della convenienza del momento, mentre il padrone mangia tranquillo e ride osservando questa commedia dell’assurdo dove nessuno si accorge che il nemico non è dall’altra parte della barricata ideologica ma seduto al tavolo dove si decide chi deve odiare chi.
Fonte: https://t.me/lacivettabianca



































