Creatività e follia hanno le stesse radici genetiche?

Uno studio su un ampio campione di popolazione, sembra dimostrare che genialità e follia vanno spesso a braccetto.

Genio e follia vanno davvero a braccetto, e forse i geni che predispongono all’arte, per qualche motivo, hanno anche a che fare con alcuni disturbi mentali.

Vite tormentate

Che le persone estrose e creative siano anche un poco folli è convinzione di tanti. Quando si parla di genialità e follia vengono spesso fatti i nomi di artisti che hanno sofferto di veri o presunti disturbi mentali, da Vincent Van Gogh a Virginia Woolf, da Caravaggio a Charles Baudelaire.

Ma anche negli studi epidemiologici è stata più volte osservata una correlazione: tra i familiari di persone che soffrono di disturbi psichici, come il disturbo bipolare o la schizofrenia, ci sono più artisti che nella popolazione normale. Perché? Potrebbe esserci una predisposizione genetica, oppure potrebbe essere l’ambiente in cui hanno vissuto a influire.

Geni da artista

La creatività può essere vista in diversi modi. Comunemente si ritiene che la persona creativa applichi un approccio originale alla soluzione di problemi, e abbia uno stile di pensiero diverso da quello degli altri. Anche le persone affette da schizofrenia e disturbo bipolare hanno spesso delle anomalie nei processi cognitivi.

C’è una radice genetica comune in questi processi cognitivi? È stata questa l’ipotesi di partenza dei ricercatori, che hanno sfruttato un ampio database che raccoglie i dati di decine di migliaia di islandesi. Il gruppo di Kari Stefansson, nello studio pubblicato su Nature Neuroscience, riporta che tra chi è portatore delle varianti genetiche più comunemente associate a un rischio aumentato di disturbi mentali, c’è una maggiore probabilità di essere artista.

In altre parole, i ricercatori hanno osservato che chi ha i geni considerati più a rischio per schizofrenia e disturbo bipolare, è più probabile appartenga a una delle associazioni nazionali islandesi che riuniscono attori, ballerini, musicisti, artisti visuali e scrittori. La riprova è stata fatta con dati su altre due popolazioni, svedesi e olandesi. Anche in questo caso, tra i portatori dei geni incriminati, erano maggiormente rappresentate le persone dedite a professioni creative.

La creatività, conferita almeno in parte da varianti genetiche, avrebbe quindi il prezzo da pagare in un aumentato rischio di disturbi mentali? Non c’è genio senza una vena di follia, come già sostenevano personaggi come Aristotele, Seneca, Shakespeare. Chissà se questa traccia genetica è davvero quella giusta, e quali altri fattori possono indirizzare verso una sana creatività o talvolta invece verso una genialità, purtroppo, malata.

Rivisto da Conoscenzealconfine.it

Fonte: https://www.focus.it/scienza/scienze/creativita-e-follia-hanno-le-stesse-radici-genetiche

Libri e varie...
LA VERITà NELLA FOLLIA

La Verità nella Follia

Jung, il grande psichiatra e psicoanalista svizzero, fu il primo ad interessarsi della psicodinamica della schizofrenia e ad applicare ad essa le teorie del suo maestro Freud. Nel 1907 pubblica " Psicologia della demenza precoce " dove, accanto alla supposizione di un'origine organica (tossica) della schizofrenia, si accinge con grande coraggio all'interpretazione psicologica di alcuni sìntomi di pazienti schizofrenici, attraverso la supposizione dì un'esistenza di conflitti o " complessi " che ne sarebbero alla base e che, ìn un certo modo, li giustificherebbero.

Anche se in questi anni il problema psicodinamico della schizofrenia è stato ampiamente affrontato da altre scuole e da altri psicoanalisti, resta il fatto che Jung può, a ragione, essere definito come il pioniere dell'argomento e come il propulsore di questo interessantissimo campo di studi.

In questo saggio, Frank Ranzato, muovendosi sempre nell'alveo Aunghiano, da un'interpretazìone, se non nuova, più adeguata ai nostri tempi e alila nostra cultura, di quella che è la schizofrenia, la malattìa mentale forse più enigmatica e sconosciuta (al grosso pubblico) e forse per questo così ingiustificatamente temuta.

L'Autore si è anche preoccupato di usare un linguaggio particolare - per 'l'argomento in questione. È forse quello che Bally chiamava " il linguaggio affettivo ", avente il compito " di parlare col cuore " e quindi di essere più aderente a un'espressività inconscia da contrapporre al linguaggio strettamente " socializzato " o " scientifico " che sembra talvolta inadeguato a tradurre in contenuti psichici coscienti il simbolismo inconscio individuale o collettivo che sia.

 

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