Alla ricerca di un immaginario positivo in un’Italia depressa

La storia ci insegna che il nostro Paese è sopravvissuto riadattando di epoca in epoca la propria estetica immaginativa. È giunto il momento per un immaginario collettivo positivo, che non irrigidisca paure, arroccamenti, chiusure.

Un Paese chiuso e rancoroso: è questa l’immagine dell’Italia che viene fuori dalle ricerche di Censis e Conad. Il risentimento, l’invidia nei confronti dell’altro si espande tra i social network e nei diversi anfratti della vita quotidiana. L’altro, spesso lo straniero, diventa oggetto di odio ingiustificato: ci si sfoga prendendosela con chi è più in basso di noi nella scala sociale.

E ciò accade perché il problema principale del nostro Paese è l’ascensore sociale bloccato. Se nasci povero muori povero. La percezione dei cittadini è che l’aiuto politico, la conoscenza, provenire da una famiglia ricca, aiuti molto di più nella vita che rimboccarsi le maniche e studiare. Dallo stereotipo, alla realtà.

La sfiducia nel presente si tramuta in paura per il futuro: l’ossessione che le cose andranno sempre peggio, che la crisi non si possa sconfiggere. La situazione dei figli, precari o disoccupati, deprime i genitori che avvertono sulla loro pelle tutto il disagio di un sistema del lavoro in rapido cambiamento. Dove i sindacati non ricoprono più, come una volta, il ruolo di garante, e le condizioni per contrattare sono tutte a sfavore del lavoratore. Soprattutto se il lavoro che viene svolto non richiede skill e know-how particolari o, ancora peggio, faccia invece parte della schiera dei cosiddetti “lavoretti” della gig economy.

Tutto il disagio di questa Italia assorbita dallo stress post traumatico di una crisi irrisolta, si percepisce nella mancanza di un immaginario collettivo conciliante. La crisi che viviamo si muove su due livelli: da un lato c’è la crisi economica che abbassa lo spesometro e gli investimenti; dall’altro c’è una crisi immateriale e immaginativa, che non solo non ci permette di dare un senso al presente, ma non ci autorizza neanche a immaginare il futuro.

Se il futuro non ce lo possiamo immaginare, figuriamoci viverlo con serenità e fiducia. Qual è la soluzione dunque? Forse, per smontare i meccanismi materiali della crisi che stiamo vivendo, bisogna partire sviscerando la sfera immateriale, capire cosa c’è di buono da valorizzare in questa Italia, e riproporre uno schema immaginativo positivo che possa trainare il Paese.

Dall’estetica ai fatti. Per fare ciò, pensiamo al passato. Quali erano le caratteristiche dell’immaginario collettivo che hanno fatto crescere il Paese in più di mezzo secolo di storia repubblicana? La sfida nella quale bisogna cimentarsi è quella della costruzione di un immaginario collettivo vitale, palpitante, che guarda agli altri e al futuro, che è concretamente ottimista, come in passato.

L’immaginario per lo sviluppo, in grado di contribuire ad alimentarlo, richiede: un consumo ispirato alla logica “di più e meglio”; una propensione a crescere, dalla famiglia all’economia, alle condizioni del vivere civile, come cifra del pensare e dell’agire; un’idea del futuro come piattaforma di opportunità e non come fonte di rischi e negatività; la convinzione che il contesto offra le opportunità giuste per migliorarsi, crescere, ottenere il giusto beneficio quando si investe.

L’immaginario collettivo, insomma, va ricostruito dalle basi. È un lavoro arduo, di difficile riuscita. Ma è necessario per risollevare le sorti di un Paese depresso. Prendiamo ancora spunto dal passato: non è la prima volta che ci troviamo in una situazione simile. Certo non vogliamo accostare la crisi del 2008 alla seconda guerra mondiale, sono due realtà estremamente diverse. L’unica cosa che hanno in comune questi due periodi storici è la mancanza di fiducia nel futuro.

Immaginiamoci un Paese distrutto dai bombardamenti alla conclusione del secondo conflitto mondiale, con le elezioni alle porte, e dove sono ancora aperte le ferite di una guerra civile che ha spaccato il Paese in due, tre, quattro parti. Aspri conflitti sociali, manifestazioni di piazza, infrastrutture al collasso. Eppure, anche in una situazione così drastica, il Paese è riuscito a rialzarsi. È stata redatta la carta costituzionale e l’Italia è tornata a ricompattarsi. Ricostruzioni, crescita economica insperata: il Belpaese è tornato ad essere una grande nazione, anzi, una nazione migliore di prima. Più democratica, più civile, più istruita e più ricca.

Il secondo dopoguerra ci ha traghettato fino agli anni Sessanta, dove ha iniziato a costruirsi il primo immaginario collettivo del Paese legato ai consumi di massa e al miracolo del boom economico: erano anni vitali in cui si costruiva il futuro di una nuova nazione. Da quel momento in poi l’immaginario collettivo sarà ricco di immagini e riferimenti reali, riuscirà a sopravvivere ai duri anni del terrorismo per giungere fino agli anni del reflusso e della riscoperta della soggettività. Solo con la fine della guerra fredda e l’esplosione di Internet il potere immaginativo italiano inizierà a perdere vigore.

La storia ci insegna che il nostro Paese è sopravvissuto riadattando di epoca in epoca la propria estetica immaginativa. È dunque giunto il momento per un immaginario collettivo positivo, che non irrigidisca paure, arroccamenti, chiusure. Che sia invece ottimistico, virtuoso, positivo.

Fonte: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/01/09/immaginario-positivo-censis-conad/40661/

BASTA CON QUESTA ITALIA
Secessione, Rivoluzione o emigrazione? Il Fallimento dello Stato mafio-massonico
di Marco Della Luna

Basta con Questa Italia

Secessione, Rivoluzione o emigrazione? Il Fallimento dello Stato mafio-massonico

di Marco Della Luna

Scopri quello che la Casta dei professionisti della politica e la Casta dei giornalisti nascondono sull'organizzazione economica, politica e criminale del nostro paese.

I parlamentari eletti nei collegi elettorali dominati dalla criminalità organizzata sono numericamente indispensabili per qualsiasi maggioranza politica, con qualsiasi premier e con qualsiasi legge elettorale. L'Italia è uno stato-mafia. Uno stato che non ha mai funzionato e che ora non sta più insieme. Forse è tempo di staccare la spina. Di dire basta.

Dietro il quadro, quasi folkloristico, di un'allegra brigata di politici ladri, il nostro paese nasconde una situazione ben più allarmante: gli indici economici sono da fallimento e anche il tessuto sociale sta marcendo, la legalità è ridotta a una vernice screpolata, mentre da ampi settori della magistratura arrivano tranne di intimidazione e condizionamento denunciate anche in parlamento.

Sui centri di potere italiani si consolida la proprietà finanziaria straniera, colonialista, che i nostri governanti hanno dotato di potenti strumenti informatici per sorvegliare e schedare i cittadini e le imprese. E al contempo, con risibili pretesti, impongono l'uso del falso denaro bancario in sostituzione della valuta legale.

Attraverso i suoi grandi finanzieri e i suoi uomini in politica e nelle istituzioni anche europee, il potere massonico deviato sta mandando l'Italia al dissesto finanziario ed economico, per poi assumerne il dominio in modo completo e irreversibile.

Intanto l'Italia è bloccata, non reagisce. Tutti gli indici economici, demografici, civili, scolastici, amministrativi puntano in basso. È rimasta l'ultima in Europa. Non vi sono segnali di inversione.

Oggettivamente, siamo al fallimento.
Che fare, a questo punto? Rivoluzione, secessione o emigrazione?

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