L’aborto come consumismo estremo: l’opinione di Pasolini

di Mattia Carli 

Si è parlato parecchio ultimamente di come in Italia sia troppo difficile abortire, e di come questo (e qui il solito ritornello pseudofemminista) sarebbe un ostacolo per le donne nel disporre del proprio corpo come vorrebbero.

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

E questo grazie all’ennesimo diktat accusatorio dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia. Si è parlato dell’aborto come qualcosa da dare per scontato, un diritto inalienabile di cui sarebbe disumano privarsi. Ma è davvero così? 

Per fortuna, a confortare tutte quelle persone per cui ancora non esistono omicidi di serie A e B ma solo omicidi, sia che la vita umana sia cosciente o meno, c’è la voce controcorrente per eccellenza: Pier Paolo Pasolini, il comunista conservatore, il simpatizzante radicale che però manifestava scetticismo nei confronti del divorzio e che, nel 1975, tre anni prima dell’approvazione della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza in Italia, scriveva questo: “Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio”.

In radicale controtendenza, peraltro, nei confronti di alcuni suoi colleghi come Moravia o Calvino, e allineandosi di fatto con quella frangia della popolazione da lui definita “clerico-fascista” che detestava. Riportiamo questa posizione per ribadire un concetto a noi particolarmente caro: avversare l’aborto non è una posizione di destra o di sinistra, cattolica o atea, conservatrice o progressista; è una posizione di umanità, trasversale alle ideologie.

Ciò non deve sorprendere, poiché in sé l’aborto altro non è che una radicalizzazione estrema del consumismo, dove la vita che può nascere a seguito del rapporto sessuale, altro non è che un inconveniente frutto di una piccola disattenzione, un incidente di cui comunque ci si può liberare facilmente, come il brufolo che nasce dall’aver mangiato troppa cioccolata.

AbortoDietro l’aborto, così come ad altre pratiche come l’utero in affitto (che, a pensarci bene, è una logica conseguenza dell’aborto: se si può sopprimere la vita prenatale, perché non si può anche lucrarci sopra, generandola ad hoc e vendendola?), c’è il comune denominatore del consumismo e del suo ridurre qualsiasi cosa, anche la vita e i bambini, ad oggetto da possedere, consumare ed eventualmente buttare via.

Pasolini, in particolare, punta il dito contro la fondamentale omissione che ancora oggi i sostenitori dell’aborto commettono: “tutti, dico, quando parlano dell’aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioè il coito…”. E’ incredibile la finta ingenuità con cui gli abortisti si mascherano, nell’omettere di dire che, se c’è una gravidanza indesiderata, c’è stata alla base anche una mancanza di responsabilità, visto che viviamo in società dove sono disponibili efficaci e vari anticoncezionali.

Secondo Pasolini: dopo aver reso la libertà sessuale una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore, non ci si è preoccupati dei suoi potenziali effetti dirompenti, e piuttosto che rieducare la massa a una “moralità dell’onore sessuale” (come la chiama Pasolini) si preferisce, mediante l’aborto, chiudere entrambi gli occhi sull’etica. 

Se escludiamo i casi gravi e problematici dello stupro o del pericolo di decesso per la madre (forse gli unici due casi in cui questa pratica appare giustificabile), l’aborto esiste ancora come effetto della deresponsabilizzazione provocata da un edonismo cieco che risponde soltanto al principio di piacere freudiano, con tutte le sue caratteristiche: amorale, irrazionale, cieco.

Non si prenda questo articolo come una condanna della sessualità più libera degli ultimi decenni, in cui, se vi si prende parte con adeguata responsabilità, non vediamo nulla di male. Semplicemente, non si sa perché la liberalizzazione dei costumi, debba portare con sé una demoralizzazione di principi – che in sé non costituiscono nemmeno impedimenti all’espressione della sessualità – come in questo caso la sacralità della vita umana in ogni sua forma.

Articolo di Mattia Carli

Rivisto da Conoscenzealconfine.it

Fonte: www.azioneculturale.eu

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